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martedì 29 settembre 2020

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Recensione Film: Che - El argentino

L’azzardo di Soderbergh non piace ma convince

23.03.2009 - Tommaso Ranchino



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Titolo: Che - El Argentino
Regia: Steven Soderbergh
Cast: Benicio Del Toro
IMDB: 76/100
Voto: 61/100

 

Lo sgranato di un bel bianco e nero ci porta per mano nel cuore dello storico discorso che il Che fece alle Nazioni Unite nel 1964. Ed allora, con un’immagine cromaticamente azzerata, la voce del Che, che perentoria e coinvolgente dichiara al mondo intero “Patria o morte”, elettrizza ancor di più lo spirito rivoluzionario che cova in ognuno. E proprio la revoluciòn, l’ideale, il sacrificio, la dedizione, sono i combusitibili che hanno fatto ardere vita natural durante l’animo del protagonista che, da questa prima parte del biopic di Soderbergh, ne esce poco nitido e mal contornato, ma comunque carico di un fascino magnetico, innegabile nel personaggio.
Gli occhi stanchi che la sanno lunga di Benicio Del Toro vanno perciò oltre tutto quel che l’impacciato Soderbergh narratore ha intenzione di fare e dire. Il percorso macchinoso e troppo ascrivibile al mockumentary che il regista di Traffic percorre qui, rischia di distogliere l’attenzione, di portarla eccessivamente sui toni populistici e di rapida decodificazione della lotta continua del Che contro l’oppressore nordamericano, perdendosi per strada la quintessenza dell’uomo, descritta meglio nei Diari della motocicletta. Il film è assolutamente ridotto e follemente fissato con le boscaglie e l’addestramento delle truppe rivoluzionarie di Castro, quando sfidava Batista, scene sempre uguali, che hanno insito però il merito di non etichettare la biopic tra le solite spettacolarizzazioni hollywoodiane delle vite dei grandi della Terra.
Il salto continuo tra l’ascesa del battaglione 26 Luglio e le dichiarazioni all’ONU stilizzano l’immagine del Che tra le sue due nature, di guerrigliero concettuale prima, e di politico post-rivoluzionario poi. Una duplice pulsione che ne ha caratterizzato l’esistenza, Che Guevara rimane uno dei pochissimi casi in cui l’uomo dipende così strettamente e visceralmente da ciò che ha fatto nella propria vita, anche e soprattutto in quel che dice, che la scelta, azzardata e complessivamente discutibile, di Soderbergh pare da questo punto di vista l’unica percorribile per raccontare l’uomo Ernesto Guevara.
In pratica il film fa scelte impopolari, dal punto di vista del marketing cinematografico soprattutto, ma è eticamente più vicino a ciò che il Che era per sé stesso, sicuramente più dei Diari della motocicletta, che però al cinema sono di tutt’altro piglio ed appeal. Soderbergh sceglie la coerenza del personaggio, e la fa sua, portando alla ribalta un qualcosa di farraginoso, rabberciato e poco avvincente, che, quando scorrono i crediti, lascia però a chi l’ha visto una forte ombra di un personaggio straordinario e modello sempiterno del rivoluzionario innamorato della libertà e della giustizia, che può, e il più delle volte deve, essere percorsa attraverso il sangue e il sudore. 

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