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martedì 26 maggio 2020

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L'Amore Nascosto

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Titolo: L'amore Nascosto
Regia: Alessandro Capone
Cast: Isabelle Huppert, Greta Scacchi, Olivier Gourmet
IMDB: 67/100
Voto: 50/100

 

Locandina L'Amore Nascosto

 


Al terzo tentativo di suicidio, Danielle viene ricoverata in una clinica privata. Nei suoi ultimi vent'anni ricorda solo l'insopportabile ruolo di madre accanto alla figlia Sophie. Sgradevoli responsabilità e intolleranza emotiva da depressione post-parto. La sua voce narrante percorre il trauma come una coscienza autocritica, mentre la sua ossessione diventa la ricerca interiore dell'amore materno, lo stesso affetto che probabilmente Danielle non ha mai ricevuto. Nell'affogare il senso di colpa, si condanna al silenzio, al pensiero di dover rianimare se stessa attraverso la psichiatria. Sono le ultime volontà di una figlia sconsolata e rassegnata al rancore, ma premurosa e devota all'equilibrio mentale della madre. Sarà lei a pagare la clinica in attesa della guarigione di Danielle.

Alessandro Capone dirige questo percorso psichiatrico sulla degenerazione della maternità e le sue conseguenze. Clinicamente è chiamata "depressione post-natale", un disturbo di salute che affligge il 10-20% delle donne dopo il parto, ma che può danneggiare la sfera affettiva familiare anche per decenni. Assistiamo al caso più grave: la vera storia di Danielle Girard, la quale scrisse un "Diario" nel cercare una fuga, una soluzione, un sostegno morale al disturbo nervoso. Capone tratteggia fedelmente la vicenda attraverso una sceneggiatura sorretta interamente dal talento indiscusso di Isabelle Huppert, nel ruolo della madre Danielle. E' un'indagine profonda sulla sofferenza e la crisi d'identità generata da questa malattia, ovvero l'auto-flagellazione di una donna che non riesce ad accettare la maternità, né a farsi aiutare. Il sentiero che porta alla salute mentale è un'utopia fino a quando non si fanno i conti col proprio passato. Gli eventi vengono narrati a ritroso lungo il filo della crescente follia della protagonista e i motivi per cui trascorre il tempo in sedute psichiatriche. Confessa rabbia e nostalgia alla psichiatra che la tiene in cura: vita, morte e miracoli di un matrimonio destinato al peggio, il cui marito benevole è il principale antagonista della sua felicità. Si confida nell'insopportabile compito del genitore comprensivo, tenero e orgoglioso della sua prole. Sentimenti insignificanti quando la sintesi di una donna diventa l'immagine ricorrente di una pancia svuotata e mal ricucita.
E' un film di Isabelle Huppert, che sceglie tempi e modi di un'ammirevole interpretazione per intensità e controllata disperazione. E' il suo contributo a dare linfa vitale al lungometraggio, con cui trasmette senso di colpa, mania di egoismo-protagonismo, imperdonabili crudeltà e profonda autocritica. Il miglior risultato possibile sul tema trattato, ottenuto con l'ausilio di quella violenza psicologica resa efficace da litigi familiari in flashback, indigestione di bontà paterna, graffi su mani e polsi a indicare l'ostinazione nel liberarsi dalla mostruosa psicosi, incarnazione dell'odio verso la figlia. Non manca la nozione obiettiva sul fondamento scientifico della storia. Ovvero la comprensione di una malattia che fino a (soli) cinquant'anni fa veniva condannata e affrontata moralmente come una caccia alle streghe.
Meriterebbe la lode, ma la scarsa esperienze di Capone (nel cinema che conta) riduce di molto l'effetto complessivo. Piccolo film costruito su attutite amarezze e grandi rivincite, su cui gravano pesanti le evidenti carenze narrative, le quali trasformano una finale sorprendente in un finale a sorpresa (con anime traghettate verso le sponde del lieto fine). Verrà ricordato per una gigante interpretazione della sempreverde Huppert, seguita dall'ambiziosa ricerca di un eco nelle viscere. Esempio classico di una grande attrice al servizio di un piccolo regista. Risultato prevedibile.
Sconsigliato cinema da festival.

 

 

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