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giovedì 24 settembre 2020

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E sregolatezza

La Montaña Sagrada di Alejandro Jodorowsky

12.06.2007 - a.ritroso



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Parlando di Jodorowski, non si può non citare “Dune” la pellicola che decise di girare nel 1975 in seguito ad un’apparizione divina (non aveva ancora letto il libro); il cast doveva includere Orson Welles, Salvador Dalì, Mick Jagger, Geraldine Chapman ed Alain Delon con i Pink Floyd come responsabili dell’inedita colonna sonora. Il progetto era d’immensa portata ed i costi in proporzione; il solo Dalì doveva costare centomila dollari l’ora (per contenere i costi, il regista aveva pensato di sostituirlo, in alcune scene, con un manichino). Jodorowsky tentava, inoltre, di allontanare l’autore dell’omonimo romanzo in quanto non riteneva che il film dovesse prestare fede al libro cui si ispirava. Alla fine non se ne fece nulla; i costi erano eccessivi e Hollywood mostrava perplessità circa lo stile, decisamente poco tradizionale della sceneggiatura. Anni dopo, la pellicola fu realizzata da Lynch ma Jodorowsky la prese sportivamente anzi, dopo aver visto il lungometraggio dell’americano, si dichiarò ‘contento’ visto che quella di Lynch era, a suo dire, ‘una merda’.

In occasione del primo saggio in lingua inglese trattante la sua filmografia (Anarchy and Alchemy), Jodorowsky dichiara: ‘La gente mi domanda in continuazione di cosa trattano i miei film. Gli rispondo “non lo so”. Ho letto questo libro; ora lo so. Se avete domande, esso contiene le risposte. Ho imparato molto su Jodorowsky’.
Prodotto da John Lennon e Yoko Ono, La Montaña Sagrada (1973) tratta una serie di spaccati utopici che esasperano i prodotti dell’indottrinamento, la vanità, la violenza istituzionale, l’isolamento, l’industria bellica e dell’idolatria.
Jodorowsky affonda nelle carni con bocca e genitali indugiando sul pornoalimentare con accenni zoofilici, necrofilici, pedofilici ed una (mal)sana dose di cannibalismo giungendo così al perverso ed al pornografico, senza passare per alcuna anticamera di velato erotismo. L’umanità innaturalmente costretta e concentrata in realtà urbanistico-politico-superstiziose, non prova appetito né percepisce sensualità in qualità di preludio al sesso od al cibarsi piuttosto vede corpi con i quali, passando per copulazione ed alimentazione, si deve arrivare direttamente alla frenesia dell’orgia e del gozzoviglio. Non distingue tra le due. Vede solo carne da divorare, titillare, straziare, penetrare in un delirio che non trascende la vergogna del corpo nudo, piuttosto l’annega e l’asconde sotto le scorie della stessa; un denso strato lutulento di sangue, viscere, umori, sudore, sperma ed escrementi.
Nella seconda parte, i massimi artefici dei disastri utopici di cui sopra sono invitati a tentare il raggiungimento dell’immortalità attraverso un cammino ascettico. L’invitante (un misterioso alchimista) li esorta all’abbandono dei beni materiali e dell’attaccamento al corpo al fine di condurli alla conquista del Sacro Monte dove cesseranno d’esistere come meri mortali.

Curiosamente nessuno degli adepti pare veramente credergli e le azioni ed i proclami della medesima guida spirituale paiono non estranee ad una certa inclinazione parodica.
Ciò non deve stupire dal momento che lo stesso regista si mostra piuttosto incerto in merito a quanto enarra. Il suo approccio è del tutto obliquo ed il rispetto per lo spettatore dubbio; non sembra intenzionato a gratificarne la sensibilità, pare invece burlarlo in continuazione, per poi “punire” l’eventuale reazione di disappunto ed avversione con costrutti scenografici, improvvisi, ingiustificabili, nondimeno visionari.
Riesce ad essere tremendamente offensivo e profondamente blasfemo dentro e fuor di metafora; non lo si può tuttavia accusare d’avere lo scandalo quale fine ultimo giacché non v’è evidenza, nelle opere di Jodorowsky, di finalità (o messaggio intrinseco) alcuno. Semmai si potrebbe affermare che lo scandalo si prefigura come metodo. Si potrebbe ma, di fatto, non si può, visto che prove conclusive di un metodo vero e proprio non sono riscontrabili; è lo stesso regista ad affermare di fare i film ‘con los cojones’. Si rileva, piuttosto, genio incommensurabile nella proposizione d’immagini compositivamente suggestive (ragguardevoli pure da un punto di vista strettamente fotografico) accompagnato a resistenza e disinteresse pressoché totali nei confronti d’una strutturazione coerente delle stesse. Un unicum non solo come regista ma come genero; più che trascendentale, trasceso.

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