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martedì 31 marzo 2020

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  • Cinema e Teatro

Incident at Loch Ness

Ricordandoci che il cinema è fatto di bugie ma la “realtà” non è da meno

06.10.2009 - Salvatore Insana



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Werner Herzog ci accoglie nella sua casa di Wonderland Avenue, a Los Angeles. Qualcuno sta girando un documentario sui suoi giorni americani. Ma un altro progetto è in cantiere, parallelamente a questo pedinamento quotidiano dei suoi passi. Zak Penn, già sceneggiatore di grossi progetti hollywoodiani, e in questo caso anche nel ruolo di produttore, ha proposto al celebre regista tedesco un film che indaghi l'immaginario orbitante intorno al mostro di Loch Ness.  

Si parte per la Scozia con una troupe di alto livello tecnico e la fiducia giusta per portare a termine il lavoro. Ma presto le cose si complicano, la fermezza dell'etica herzoghiana si scontra con numerosi tentativi di camuffare la realtà, ricostruendola ad arte per farne uno spettacolo in grado di richiamare l'attenzione stupita (o stupida) dello spettatore americano.  

Alle traversie produttive si aggiungeranno fatali sciagure all'interno della troupe stessa, intaccando  l'ovvia certezza che d'un mostro a Loch Ness ci sia mai stata tangibile e scientifica traccia.

Nel raddoppiamento di un mockumentary che racconta di un mockumentary, lo svelamento della verità diventa solo un ingrediente narrativo, un espediente di sceneggiatura, un trucco ulteriore in mano allo sceneggiatore. Falso al quadrato o forse anche al cubo, considerando il ruolo/il piano di consapevolezza (e di sospettoso sbalordimento) nel film prima degli abitanti del lago, poi quello di Herzog, quello di Zak Penn e infine (?) quello di noi spettatori (s'apre sempre il dubbio che ci sia qualcuno a guardar anche noi...), Incident at Loch Ness gioca con i meccanismi alla base dello strumento cinematografico.

Registrazione degli eventi e ri-creazione (ri-produzione) degli stessi si mescolano qui con un alto grado di ambiguità, insinuando dubbi su quale credibilità assegnare al veduto e al vissuto, nel moltiplicarsi esponenziale degli inganni e delle falle di sicurezza, sempre intorno a questa soglia invisibile, la dialettica del vero/falso intrappolata in una (quasi) necessaria fictionalizzazione del quotidiano.

Il film di Zak Penn diventa allora metariflessiva e divertita parodia della macchina dei sogni, quel dispositivo che sa creare altri mondi (dunque altre verità?) e insieme rischioso attentatore dell'obiettività, già assai traballante, degli eventi cui i nostri occhi s'illudono di poter far fronte.

Ricordandoci che il cinema è fatto di bugie, come confessa Herzog, ma la "realtà"  non è da meno, e lo è con meno eleganza e più sfacciataggine.  

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