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lunedì 06 aprile 2020

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Intervista con Richard Gere

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Richard Gere è ormai un’abituè del red carpet dell’Auditorium capitolino.

Nell’ottobre del 2006 vi sfilava per presentare The Hoax - l’imbroglio, pellicola che non lasciò il segno. Ci riprova tre anni dopo, sempre guidato dallo stesso regista, lo svedese Lasse Hallstrom, con una storia ben più intensa, anche se quasi impalpabile per la delicatezza con la quale viene narrata. E’ quella di Hachiko, un cane di razza akita, e dell’amore infinito per Parker Wilson, professore di musica e suo padrone. 

Rapporto passato alla storia nel Giappone degli anni ’30 - il film è tratto da una storia vera - perchè il fedelissimo cane è tornato ad aspettare il padrone alla medesima fermata alla quale tornava tutti i giorni dal lavoro per ben 9 anni.

Incontriamo l’attore di Philadelphia, che non si risparmia nel raccontare il suo coinvolgimento nel film, ma non solo.

D: La storia di Hachiko ha un grande potere di commozione ma è molto semplice. A volerla raccontare basterebbero un paio di righe. Allungarla per un intero film non ha nuociuto alla sua efficacia?

Gere: Credo che abbia ragione su un punto: la storia era semplice e la sfida era essere semplici come la storia. Durante il montaggio abbiamo eliminato molte parti in modo che la narrazione fosse semplicissima. In qualche modo è un film muto, quasi come raccontare una storia attorno ad un falò, della serie “Hai mai sentito la storia di quel cane...”. Questa era la semplicità alla quale volevamo arrivare. Si trattava semplicemente di far vivere il cuore della storia, il rapporto con l’animale. Non ci sono giochi cinematografici, avevamo solo fiducia nell’oggetto della vicenda.

D: Il rapporto animale-persona, nel film emerge come se fosse una relazione quasi spirituale...

Gere:: La storia vera in Giappone parlava di un uomo anziano, un professore, che aveva preso questo cane. Ma c’era qualcosa di interessante nel prendere una persona di mezza età come quella che interpreto io, prendere qualcuno che non era detto che sarebbe uscito di scena di lì a poco; è un qualcosa relativo alla forza della vita, qualcosa di spirituale. L’ha resa una storia semplice, per bambini, ma anche una favola per adulti. E’ una storia misteriosa nel suo funzionamento, ha una grandissima forza interna. Quando ho letto il copione ho anche io pianto come un bambino, mi sono entusiasmato, la raccontavo ai miei amici. E’ misteriosa la forza e la potenza di questa storia. Si tratta di qualcosa che ha a che fare con la pazienza, l’accettazione, l’amore e la compassione. Tutte cose che ci rappresentano se ci guardiamo veramente allo specchio, perchè noi non siamo quello che facciamo o come ci vestiamo, ma siamo quella forza vitale interiore.

D: E’ più difficile recitare con un cane o con un attore in carne ed ossa?

Gere: Guardi, questa è una vera e propria storia d’amore, le persone parlano di amicizia tra il protagonista ed il suo cane, ma invece è una storia d’amore, nel senso profondo, che riguarda la qualità interna dell’essere, non il sesso o il genere dei protagonisti. Non abbiamo quasi mai addestrato il cane, solo in rarissimi casi, per due tre scene. Per il resto abbiamo ricreato un ambiente di fiducia, in modo che il cane fosse a proprio agio, aspettando che accadesse qualcosa di magico, e ci è voluta molta pazienza, era come lavorare come un bambino.

Qualche anno fa ho fatto un film con Altman, stava girando con dei bambini ed era bravissimo, ed il segreto, mi spiegò, era non dirgli mai cosa bisognasse fare, e con il cane abbiamo fatto lo stesso. Sono momenti in cui è difficile sapere cosa sta accadendo, ma a livello di cuore sentivamo fosse una cosa giusta. 

D: E lei ama avere animali in casa?

Gere: Ho un cane, ho sempre avuto cani sin da quando ero piccolo, forse da quando avevo un anno, che avevo Chipper, un cucciolino dal pelo chiaro. Poi è arrivata Billy, che era una femminuccia. Per me il cane è un compagno molto speciale, ed è sicuramente una delle ragioni per cui ho voluto fare questo film, perchè ho questa relazione vasta e senza tempo con gli animali.

 

D: Quanto ha cambiato la sua vita l’incontro con Dalai Lama?

Gere: Praticavo il buddismo prima di incontrarlo, avevo tra i venti e i trent’anni, i miei maestri erano antichi maestri zen giapponesi. L’incontro con lui ha avuto un impatto fortissimo in me. Mi sono reso conto che era quello che volevo, arrivare al punto di coscienza in cui lui si trovava, raggiungere quello stato di pace e consapevolezza

 

D: Quanto sente ancora sua la cultura occidentale?

Gere: Non è poi così diverso, c’è un’afflato diverso, ma si affrontano le stesse problematiche, si indaga sulle stesse questioni.

Mi colpì molto, filosofo anglicano, il vescovo Burkley, che diceva che la realtà è una funzione della mente, che non c’è nulla di definito all’esterno. Questo è un modo comune di sentire nel buddismo. C’è comunicazione tra oriente e occidente, culturalmente ma anche scientificamente. Sono entrambe valide queste due visioni, ed in questo momento è interessante il connubio tra questi due universi, è estremamente importante vista la situazione globale in cui ci troviamo

 

D: Quali sono i film che ha rifiutato di fare? Che non farebbe mai?

Gere: Beh, questo film è scontato che l’avrei fatto, perchè viene da un retroterra filosofico spirituale che mi appartiene, anche se non credo che sia una storia particolarmente buddista, ma per me era interessante creare questo collegamento con il Giappone, con quella prima sequenza ambientata in un monastero zen. 

Per il resto, ci sono pochi film dei quali non sono orgoglioso, forse un paio, ma è normale, succede a tutti. E non vi dirò mai quali sono!

 

D: Ha scelto di fare questo film pensando a suo figlio, che ormai ha 9 anni?

Gere: Certo che ho scelto di recitare in questo film perchè pensavo potesse essere un film per mio figlio. Caspita, è forse il primo che decido di fare per questo motivo. Solo dopo mi sono accorto che forse funziona meglio con adulti anzichè con i bambini.

 

D: Che ne pensa del Nobel dato ad Obama?

Gere: E voi cosa ne pensate? Tutti amano Obama, nel mondo tutti lo amano, ma si chiedono “perchè proprio ora questo premio”? Io credo perchè può essere un grandissimo incoraggiamento, un modo per ricordargli perchè è stato eletto alla Presidenza. Lo può preservare dall’immobilismo nel quale tutta la struttura che ha attorno lo potrebbe trascinare. Lui è uno con una visone, che parla all’angelo più compassionevole dei nostri cuori. Per il potenziale che incarna è un uomo straordinario.

 

D: E sulla situazione internazionale ottimista o pessimista?

Gere: Per mia inclinazione sono ottimista, e le cose migliori succedono quando si è ottimisti anzichè pessimisti. Siamo tutti interconnessi, comunicazione, trasporti, siamo tutti collegati. Se noi interiorizziamo questa condizione, come razza possiamo crescere moltissimo. Siamo qui tutti collegati, la nostra missione è quella di aiutarci l’un l’altro. L’America ha sfruttato per lungo tempo il resto del mondo, e dobbiamo cambiare direzione. Ma perchè le cose cambino, anche il resto del mondo si deve muovere nello stesso verso.

 

 

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