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mercoledì 23 settembre 2020

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L’Argentina, il FMI e il mercato di capitali

Perchè l’Argentina non può fare a meno del Fondo

18.10.2009 - Armonia Pierantozzi 1



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La relazione tra l’Argentina e il Fondo Monetario Internazionale è quantomeno problematica, accusato quest’ultimo di non avere avuto polso per scongiurare la crisi del dicembre 2001. Due sono stati allora i principali errori, riconosciuti già nel 2004 anche dall’Ufficio di Valutazione Independente del Fondo: aver continuato ad appoggiare il piano di convertibilità peso argentino/dollaro quando già non era più sostenibile, e non aver agito di fronte all’inadempienza degli obiettivi fiscali del governo durante gli anni ’90, pur sapendo che, a lungo termine, l’economia avrebbe ceduto. In quel decennio, nonostante l’Argentina si stesse rivelando sistematicamente incapace di raggiungere i suoi obiettivi macroeconomici, veniva presentata come modello da seguire per gli altri paesi emergenti. Il Fondo si “limitava” ad appoggiare le politiche adottate,  permettendo che si creasse un debito eccessivo, appoggio che, al momento del collasso, è stato sufficiente all’Argentina per accusarlo di tutti i suoi disastri, confondendo - e non per ingenuità - gli errori dell’organismo con le responsabilità interne della crisi.

Un obbligo...

Nonostante le resistenze iniziali, il governo Cristina Kirchner (Governo K) ha dovuto accettare, durante il meeting annuale della Banca mondiale e FMI tenutosi nella prima settimana di ottobre ad Istanbul, che il Fondo ritorni a sorvegliare i suoi conti, obbligo sancito dall’art. IV dello Statuto.

Dopo aver detto e ribadito che nessun accordo in tal senso sarebbe stato preso, il Ministro dell’Economia Amado Boudou, forse dopo il monito di Nicolas Eyzaguierre, direttore del dipartimento dell’America del Fondo, ha dovuto smentirsi, ammettendo che, del resto, “avvicinarsi al Fondo non è per niente una vergogna (...) La Cina ha l’articolo IV, così come Stati Uniti, Canada o Cile”. 

Accettato l’inevitabile, ora gli sforzi si concentrano sul limitarne gli effetti e ridurre il più possibile l’eco interno di questa missione, attraverso pretese più o meno sensate: la revisione dovrà avere carattere strettamente tecnico e confidenziale, non saranno ammesse critiche sulle politiche adottate, gli inviati non potranno riunirsi con analisti e con esponenti dell’opposizione, qualsiasi comunicazione ufficiale dovrà essere approvata dal governo, e, ultima, addirittura che ci si limiti a mandare le informazioni richieste a Washington, senza l’invio di personale direttamente in Argentina. 

Il governo ha i suoi motivi per confinare l’azione del Fondo in un campo d’azione il più ristretto possibile data la questione estremamente pungente e contemporanea che riguarda l'operato dell’Instituto Nacional de Estadisticas y Censos (INDEC), accusato di manipolare palesemente le statistiche pubbliche, l’inflazione in primis, e spesa pubblica in successione.

...e un’opportunità: il ritorno sui mercati finanziari

Anche i Kirchner (Cristina o Néstor, non fa differenza), nonostante le tante obiezioni, hanno dovuto infine riconoscere l’urgenza di tornare a partecipare dei meccanismi di finanziamento internazionale, che, evidentemente, a lungo termine si dimostrano economicamente più utili che le misure di stampo peronista.

Il 15 dicembre del 2005, davanti a più di 700 persone riunite nel Salone Bianco della Casa Rosada, Néstor Kirchner annuncia la precancellazione del debito rimanente con il Fondo. Il pubblico applaude, e l’Argentina esce dal mercato.

Per rientrarvi oggi, il paese, oltre a tornare a stringere la mano a Strauss-Kahn, deve risolvere almeno altre due questioni.

Primo, saldare il debito con il Club di Parigi, di circa $6.700 milioni, una ristrutturazione per la quale è richiesta la partecipazione a un programma economico avallato dal Fondo. Secondo, risolvere la questione degli holdouts, ossia dei detentori di buoni in default, che ancora hanno nelle loro mani debito pubblico per un valore nominale di poco meno di $30.000 milioni. 

All’inizio del 2005, ai detentori di titoli di debito pubblico venne proposto di convertirli in cessazione di pagamento o default, conversione che si chiuse alla fine di febbraio, con un’adesione del 76.15%, e con la promessa (Legge Cerrojo) che nessuna altra conversione avrebbe avuto luogo. Oggi si vogliono saldare i conti con quel restante 23.85%, con una offerta abbastanza simile alla precedente. L’operazione sarà condotta da Deutsche, Citi e Barclays: coloro che si presentano riceveranno un buono Discount, con uno sconto nominale del 66%, cosicché l’Argentina emetterebbe tra gli $ 7.500 e i $ 10.000 milioni, a seconda del livello d’adesione. Ancora non è chiaro, invece, se si consegnerà  anche un nuovo titolo in dollari a 7 anni per gli interessi scaduti e per i coupon legati all’andamento del PIL accumulati fino alla data dell’operazione, ed è poco probabile un pagamento in denaro come “dolcificante”. Allo stesso tempo, le tre banche si impegnano a sottoscrivere un nuovo titolo per $1.000 milioni a 7 anni, con un interesse del 12%, come vorrebbe il Ministero dell’Economia, o del 13.5%, come vorrebbero loro.

Una breve primavera finanziaria

Questa è una grande opportunità, che arriva al momento giusto. Il mercato, dopo le recenti generose iniezioni di denaro per stimolare la ripresa dell’economia e il netto taglio dei tassi d’interesse delle Banche Centrali, vuole “giocare” con tanta liquidità: i mercati finanziari, si sa, dimenticano, o perdonano, facilmente, e gli operatori hanno di nuovo sete di diversificare i portafogli e di rischiare. L’Argentina vuole approfittare di questa primavera finanziaria, che durerà solo fino a quando le economie dei paesi sviluppati torneranno a credere che la situazione si sarà solidamente stabilizzata, e i tassi d’interesse cominceranno allora ad aumentare, per evitare una spirale inflazionistica: “Credo che esiste una questione di tempi di cui spero l’Argentina approfitti”, ha dichiarato Martin Redrado, presidente della Banca Centrale.

Le aspettative si autoalimentano: subito dopo l’annuncio del riavvicinamento con il Fondo, agli agenti è bastato solo credere che l’Argentina avrà di nuovo accesso al mercato di capitali perchè i buoni in peso argentino guadagnassero rapidamente terreno. La chiave di tanto ottimismo è lo spread, il differenziale di tassi d’interesse rispetto ai buoni del Tesoro americano: di 160 punti per  il Brasile e per la Colombia (per un’emissione al 2014), di 175 o 185 per Panama, 180 per il Messico, nonostante la recessione economica dell’8% di quest’anno. L’Argentina ha uno spread di 750, di lungo il più generoso della regione: sembra di sentirli i banchieri di Wall Street, mentre si chiedono come non puntare su quest’enorme differenziale mentre persiste la liquidità dei mercati. 

A mancare sembra (ancora una volta) solo una posizione definitiva del governo, che deve ancora fissare con le banche l’inizio dei lavori, inviare la proposta al Congresso per modificare la Legge Cerrojo, e infine concretizzare l’offerta di holdouts con l’approvazione della Securities and Exchange Commission (SEC), un processo che impiegherà almeno altri due mesi: bisogna accelerare i tempi, perchè più tardi arriverà l’accordo, più l’Argentina dovrà pagare per il suo nuovo debito nel futuro.

Tutto questo non solo è vantaggioso, ma necessario: per non cadere di nuovo in default, come preannuncia Stone Harbor Investment Partners per il 2011, se il paese non raggiunge questo accordo; per tornare a partecipare di un’economia che pare si stia normalizzando, e che già torna a crescere, lentamente. 

Guardando al futuro

L’Argentina, a causa del suo attuale isolamento, ha visto fuggire dal paese solo quest’anno $ 13.500 milioni, mentre in Brasile ne entravano poco meno. I paesi solventi (Brasile, Messico, Perù e Colombia, tra gli altri) riceveranno nel 2009 il 92% del flusso privato netto di capitali verso la regione, ponendo solide basi per il recupero a partire dal 2010, e lasciando solo le briciole ai “cattivi” delle relazioni internazionali, Argentina, Venezuela e Ecuador. 

Il paese ha ora riconosciuto che da solo non ce la può fare. 

E’ ora, insomma, di riconsiderare l’importanza della reputazione sulle decisioni degli agenti economici, una reputazione che al paese costerà molto riconquistare, dopo il default per $  100.000 milioni del 2001. Oggi l’unico fattore che attrae il capitale estero è la possibilità di speculare sfruttando liquidità e spread, ma all’Argentina questo non basta, deve ricostruire basi solide, che attraggano regolarmente capitale per finanziare l’economia reale. Ridare credibilità ai numeri dell’INDEC, e di qui alla voce del governo in campo economico; rispettare gli impegni internazionali, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte di fronte agli elettori, e agli organismi finanziari; adottare politiche macroeconomiche lungimiranti, che diano fiducia a consumatori e investitori; rispettare queste politiche: ecco alcuni dei passi da seguire per smentire le “malelingue” che dicono che l’unico motivo per cui l’Argentina fa parte del G-20 sia la sua conoscenza in materia di default. 

 

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