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martedì 22 settembre 2020

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Recensione : Kings of Convenience - Declaration of Dependence

01.11.2009 - Valerio Celletti



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Titolo: Declaration of Dependence
Artista: Kings of Convenience
Etichetta: Astralwerks
Anno di uscita: 2009
Genere: Pop, Folk
Voto: 7

 


E' ovvio che un disco non deve essere giudicato dalla copertina, ma nel caso dei Kings of Convenience la conferma del ritratto fotografico dei due componenti potrebbe fornire un indizio chiaro sulla scelta di mantenere un suono e un approccio che con il tempo è divenuto peculiarmente loro. Erlend Øye e Eirik Glambek Bøe fanno coppia fissa da quando si conobbero in una gara di geografia nel 1986 in una scuola di Bergen. “Declaration of Dependence”, terza fatica del duo, è una mutua dichiarazione di stima, una sorta di nuova conferma del reciproco piacere di fare musica con la solita formula “chitarra, voce e una storia da raccontare”. Nei cinque anni trascorsi dal loro album precedente “Riot On An Empty Street”, Øye si è dedicato al suo validissimo progetto berlinese “Whitest Boy Alive”, sperimentando tra pop ed elettronica in due dischi (“Dreams”, 2006 e “Rules”, 2009) di grande successo. I KoC invece si orientano nuovamente ad una struttura assolutamente elementare, a una sfrontata nudità: chitarra, archi e nessuna traccia di batteria né di percussioni. Eppure, anche se potrebbe sembrare difficile da credere, abbiamo tra le mani un disco estremamente ritmico, con le chitarre che battono il tempo grazie a una melodia fatta di tessiture laboriose e regolari ma naturali, sulle quali le linee vocali di entrambi i membri scivolano con garbo. Poche le varianti rispetto a questa struttura, ma si fanno notare: piano (“Me in You”, “Freedom And Its Owner”), violino (“Boat Behind”, “Peacetime Resistance”) e un po' di contrabbasso. Il minimalismo raggiunge picchi di eccellenza, e l'ascolto induce una serenità lounge appena zuccherata e senza tutte le venature malinconiche che affioravano nei dischi precedenti. A partire dalle prime sei tracce, che includono il singolo “Mrs Cold”, l'ascolto è intenso ma poco vario, con le tracce che si snocciolano quasi come capitoli autonomi e slegati di una narrazione superiore. Il respiro rallenta, e i brutti pensieri si dissolvono, e sembra quasi di sentire freddo quando si giunge alla tredicesima e ultima “Riot On An Empty Street” che finisce con una lunghissima, eterea nota di piano sospesa. “Declaration of Dependance” è un disco simile ai lavori precedenti (leggi: tutt'altro che vario e poco originale), ma  ugualmente convincente.

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