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Bowling a Colombine

15.06.2007 - Luca Paccusse



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In questo periodo segnato da stragi urbane, l’America torna ad interrogarsi sull’uso delle armi da fuoco. Un pensiero ai fatti della scuola di Colombine nel 1999 è ovvio.
Allora due ragazzi di Littleton (Colorado) armati di fucile, dopo una partita di bowling, entrarono nella Colombine High School e si uccisero dopo aver tenuto in ostaggio per ore la scuola facendo fuoco verso i loro stessi compagni.
La vicenda, insieme ad altre sempre legate alla violenza e all’uso di armi negli Usa, è narrata in un film documentario diretto da Michael Moore uscito nel 2002, Bowling for Columbine (titolo nella versione originale).

Partendo da quell'evento, il regista Michael Moore si chiede quale sia la ragione che porta gli Stati Uniti d'America ad avere il primato mondiale di omicidi con armi da fuoco (quasi 11.200 omicidi l'anno negli USA, contro i 400 scarsi della Germania).

Secondo il regista non è solo l'arma in sé il problema. Perché anche in Canada c’è una grande diffusione di armi. Solo che nel paese dei grandi laghi le usano prevalentemente per la caccia. C’è quindi qualcos’altro che alimenta il crimine negli Stati Uniti.
Armi + paura = violenza: è questa la conclusione di Moore. La grande causa degli omicidi negli Usa è la paura del crimine stesso che, attraverso i mezzi d'informazione e l'uso politico delle differenze sociali, porta chiunque a diffidare del prossimo, trascinando questi contrasti a forme di difesa personale eccessiva. Così, uno dei diritti fondamentali americani (quello di possedere un’arma) si rivela estremamente dannosa per gli altri.

Secondo l’idea del regista, la violenza e la paura sarebbero nel DNA degli americani fin dall’arrivo dei padri pellegrini sulla Mayflower nel diciassettesimo secolo.
A questo proposito è interessante (e allo stesso tempo divertente) una breve parte del film in forma animata, in cui Moore ripercorre la storia degli Usa: dall’arrivo dei primi coloni in Nord America alla guerra di indipendenza, dal massacro degli indiani alla schiavitù dei neri. Per arrivare alla segregazione razziale continuata nel Sud fino alla metà del secolo scorso e il cui superamento non ha fermato i rigurgiti razzisti del Ku Klux Klan o quelli dal volto più legale della NRA (National Rifle Association, l’associazione dei possessori di armi da fuoco) che si batte continuamente contro l’abolizione della vendita di armi.
Di questa potente lobby, fra l’altro, è presidente Charlton Heston, celebre attore hollywoodiano, protagonista di un’intervista con il regista nell’ultima parte del documentario. E in cui non ci fa proprio una bella figura.

Michael Moore non è certo un antiamericano essendo nato in Michigan (Stato che fra l’altro è il paradiso per la libera vendita di armi). Il suo è un film di un americano “arrabbiato”, che vuol aprire gli occhi al proprio Paese e al resto del mondo.
“Bowling a Columbine” (premiato con l’Oscar come miglior documentario) va rivisto, perché ci mostra una faccia controversa della società americana. È solo una parte, è vero, ma non trascurabile. La cronaca lo dimostra purtroppo.

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