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giovedì 02 aprile 2020

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FOCUS: ROBERTO NANNI

o di una pratica ostinata

10.11.2009 - Salvatore Insana



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Roberto Nanni, o di una pratica ostinata, quella di chi non sceglie a-prioristicamente dove o cosa guardare, quella di chi resiste, insofferente allo sviluppo di una trama, sulla soglia - dialetticamente mai completamente risolta - tra suono e immagine.Formatosi nel fermento iconoclasta della Bologna '76-'77, vicino a Gaznevada e Skiantos, al centro cioè di quella cultura punk e surreale rovesciatasi in seguito nella lotta (armata), e poi coltivando per anni un forte legame con le sonorità e lo stile di vita dell'Inghilterra più indipendente e debordante, Nanni è autore quanto mai difficile da collocare in categorie o generi definiti.La sua filmografia spazia, volontariamente priva di linearità, tra cortometraggi in cui la pellicola, in tutta la sua matericità, si fa veicolo di forme e costruzioni astratte (Fluxus; Lontano, ancora; E lei si scordò), e lavori in cui l'immagine è scomposta e ricomposta in pixel che trasformano il reale in un paesaggio digitale (Dolce vagare in sacri luoghi selvaggi; L'amore vincitore. Conversazione con Derek Jarman; Corviale); dal "quasi" convenzionale documentario sull'anarchico Antonio Ruju (Antonio Ruju. Vita di un anarchico sardo, prodotto dalla Sacher) ai lavori con Steven Brown e i Tuxedomoon (Greenhouse Effect. Steven Brown reads John Keats) sino alle ultime prove, provocatoriamente sporche, a bassa risoluzione e sfuggenti agli standard normali di visione (Attraverso un vetro sporco, Una Fredda giornata).Circa 25 anni di ricerca resistente senza il feticcio della tecnica (molti suoi lavori sono in super8 e il 16mm, ma non mancano prove in video e ora in digitale), e con una galassia eterogenea di punti di riferimento (Frederick Wiseman, Derek Jarman, Francis Bacon) sono adesso antologizzati in un cofanetto che la Kiwido di Federico Carra ha pubblicato da poco, rivendicando e ribadendo, dopo il dvd dedicato a Rezza/Mastrella, la legittimità (e anche forse la necessità) di un cinema che, al pari della pittura, possa farsi anche non narrativo ma astratto, non figurativo, più attento alle suggestioni della forma e all'impressione della luce sulla pellicola (e su di noi) piuttosto che allo srotolamento di una storia.

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