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giovedì 09 aprile 2020

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Combinazioni parallele: Giochi belli della fede e dei tempi

Riconosciute nuove forme di spasso nel tempo e nello Spazio (in questa puntata: District 9, Flash Forward, The Resistence, Il Castello dei Pirenei).

13.11.2009 - Riccardo Antonangeli



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Come ci intriga il Tempo. Come ci intriga l’Universo. La scienza tenta di tradurre il mistero in soluzione, ma nonostante le rivoluzioni del secolo scorso l’Enigma sulla nostra esistenza vive delle sue solite domande, due: chi siamo? Da dove veniamo, dal caos o da dio?

In questi ultimi mesi autunnali insospettabili prodotti “commerciali” di largo consumo mostrano evidenze di una nuova consapevolezza intorno a questi problemi cosmici. Cambia la scienza, cambia la nostra coscienza e naturalmente cambia l’arte. Ma è nell’arte “profana” d’intrattenimento che questa nuova consapevolezza si specchia in tutto il suo post-postmoderno vigore. In che modo? Con il gioco. Gli esseri umani sono finalmente diventati bambini e se la spassano giocando con buchi neri, alieni e dimensioni parallele. È esilarante, infantile godimento allo stato puro.

La genialità dei Gamberoni di “District 9” è il recentissimo apice di un intrattenimento che centrifuga astronomia, cultura e disarmante demenzialità. Cibo che i nostri cervelli post-tutto adorano consumare come droga. Neill Blomkamp fa collidere trama e divertimento da videogame con i mostri di Jules Verne e con un ritratto sociale alla “City of God”. L’impatto avviene in un futuro presentizzato. Tutto sarebbe uguale all’oggi se non fosse per un’enorme astronave aliena sospesa sopra il cielo di Johannesburg, e per un campo nomadi stracolmo di alieni-gamberoni in attesa di nuova collocazione. I possibili coinquilini dello Spazio, trattati come normali clandestini, feccia da schiaffare separata in un non-luogo. Nessuno li vuole, puzzano e fanno casino. Ma come, non eravamo da migliaia di anni in cerca di vita aliena nell’Universo? E ora che l’abbiamo trovata, sotto gli occhi, sopra il cielo, non la vogliamo più: intralcia e mette sottosopra il nostro tanto caro equilibrio sociale.

Impiega tutto il film l’impiegato Wikus Van de Merwe a prendere coscienza del suo ruolo oltre-umano ed entrare infine nell’ottica di aiuto e salvezza per l’ “altro”, per i Gamberoni venuti dalle stelle. Abbandonando disprezzo ed egoismo tipicamente terrestri Wikus alza la testa e si redime, diventando l’eroe che ha sacrificato la sua forma umana per avere “senso” e importanza universali. Caos della carne, ordine dello spirito: egli infine ha “fede”, in sé e nell’altrove.

La crescita è espressa sullo schermo in un progressivo cambio di registro e mezzo comunicativo: si inizia con l’inchiesta televisiva, si continua con dinamiche e scene da videogame, e si finisce con altezze da cinema-capolavoro di fantascienza.

Se con “District 9” la TV entra in sala, con “Flash Forward” il cinema entra in salotto. Vetri rotte e arance che rotolano per strada sono le prime immagini della serie; immagini, simboli ormai, tipicamente “cinema”, come del resto il respiro globale dato alla catastrofe, e la trovata iniziale degna di Shyamalan.

Dopo il gioco con gli alieni, ecco il gioco con il mistero del tempo, affrontato con spassosa furbizia. I personaggi sono alle prese con un presente futurizzato. L’eterno dilemma che ha scisso in due le coscienze dell’uomo è la forza motrice del sadico, irrinunciabile intrattenimento: avere fede incondizionata nella visione, oppure rifiutarla perché razionalmente impossibile. Scienza e Irrazionale di nuovo a confronto. Il flash forward è stato un sogno premonitore o qualcosa che può essere fermato? (“we can use what we saw to stop what we saw” dice l’agente Mark Benford). La conoscenza del futuro sembrerebbe lasciare spazi alquanto angusti al fato. Limitata la casualità degli eventi le vite di tutti dovrebbero forse evolversi in forme più ordinate, nel bene e nel male, senza impreviste deviazioni. Invece ai personaggi di Flash Forward sembra accadere il contrario: il futuro rimane comunque una gabbia dalla quale è impossibile evadere. Si materializza invece l’incredibile paradosso: è l’uomo a trasformarsi in fato, a desiderare il caos per impedire la realizzazione del futuro profetizzato. Divertente giocare a sconfiggere dio avendo la preveggenza di un dio. Wow...altro che le vecchie arrugginite macchine del tempo. Insomma che sia Scienza o sia Fede il nodo non si scioglie, in attesa dell’apocalisse finale, quando il sogno diverrà, o non diverrà, reale.

La strada aperta con i salti nel tempo della “costante” Desmond Hume in “Lost”, viene ora percorsa da tutta la popolazione mondiale che cerca di riunire in un solo mega-puzzle tutti i singoli frammenti di memoria dal futuro. L’umanità possiede così una coscienza “cosmica”, totalizzante mosaico per il quale il destino di ciascuno è democraticamente e concretamente il destino di tutti (perché, come cantava Paul Simon, «the words of the prophets are written on the subway walls»). Il reale è una fitta, inestricabile rete di connessioni fra tutte le cose... ma non è allora di nuovo il Caos?

Risposte razionali e risposta irrazionale si confrontano anche nel nuovo romanzo di Jostein Gaarder, “Il Castello dei Pirenei”. Il Tempo, l’Universo e il Destino sono i tre misteri che tiranneggiano le coscienze di Solrun e Steinn. I due vecchi innamorati, ora entrambi accasati e con prole, si incontrano dopo trent’anni nello stesso albergo dove avevano vissuto l’ultimo idillio d’amore prima dell’addio. Un incontro casuale o frutto di interferenze soprannaturali? Steinn, intransigente scienziato, crede sia una semplice coincidenza, mentre Solrun, religiosa e sognatrice, ha piuttosto fede nello spirituale incontrarsi fra due anime da sempre inseparabili, e nella verità dei sogni premonitori. Inizia così uno scambio epistolare via e-mail che porta i romantici innamorati a rivivere il proprio passato tramite animate discussioni metafisiche con salti nell’occulto e nella telepatia. Se tutto avviene per caso allora anche l’uomo è nato per caso, e citando Monod: «l’uomo sa finalmente di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta tra il Regno e le tenebre». Possibile che tutto sia una fatale coincidenza?

Dalla tragica serietà e competenza di Gaarder ai sogni bambineschi dei Muse. In “The Resistence” si trova caoticamente ammassata tutta l’ossessione di Bellamy per sonorità e atmosfere sideree. Orbitando intorno ai Queen (Mercury è del resto anche un pianeta...) l’ultimo lavoro dei Muse è forse un album “ridicolo”, però in compenso è un bellissimo film e un’opera teatrale grandiosamente kitsch. Sconfitta la resistenza dei buoni, le note della sinfonia finale “Exogenesis” rintracciano nell’ignoto spazio profondo i semi pulsanti di una futura redenzione e rigenerazione terrestre. Irrefrenabile è l’infantile istinto a rincorrere le melodie lunatiche di Bellamy, “ivresse” creativa condivisa infine da compositore, universo e spettatore.

Tutte le teste adatte e disposte al gioco potranno godere di questa rinnovata temperie di moderno “esistenzialismo”, demenziale, divertente e tremendamente contagioso. 

 

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