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giovedì 06 agosto 2020

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Recensione Underground: Mille giorni di Vito

12.12.2009 - Eleonora Carbone



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Titolo: Mille giorni di Vito
Regia: Elisabetta Pandimiglio

 

Vito è un bambino inconsapevole di molte cose, di aver vissuto prima di tutto mille giorni come un detenuto non colpevole. 
In Italia i bambini delle madre carcerate possono vivere con loro i primi mille giorni di età, restano nel freddo del carcere estranei a tutt'altro mondo fatto di FUORI e di ARIA; al compimento dei 3 anni improvvisamente escono, riconquistano una libertà per diritto mai perduta e tornano a far visita lì dentro solamente una volta a settimana.
Questa è l'opera "Mille giorni di Vito" della regista Elisabetta Pandimiglio, riproposta il 6 ottobre al "Fisheye International experimental film & video festival" di Roma e presentata in anteprima al Festival del Cinema di Venezia 2009 nella giornata degli autori.
Elisabetta Pandimiglio lavora da anni intorno all'universo femminile (è tra le fondatrici di Telefono Rosa), la sceneggiatura e la regia.
Il film della durata di 10 minuti utilizza la tecnica del pedinamento propria del documentario: la regista ha seguito il bambino, protagonista inconsapevole della sua stessa storia, narrandoci una situazione fuori dalla retorica e dagli schemi cinematografici.
Le immagini sono bellissime, un film senza dialoghi dalla fotografia e dal montaggio notevoli, in cui Vito gioca in un luogo che non gli appartiene, un posto che non è adatto per la sua dimensione di bambino piccolo e potenzialmente libero.
I rumori della detenzione e gli oggetti del carcere diventano per il protagonista i simboli della sua casa negli anni fondamentali in cui egli comincia a costruire il proprio carattere ponendo anche le basi per un giusto equilibrio psicologico.
Il risultato è l'attaccamento forte, quasi morboso alla madre, unica figura familiare con la quale vivono perciò dopo il compimento dei 3 anni, quando dovranno lasciare la struttura carceraria, lo shock del distacco e le conseguenze psicologiche che andranno a crearsi possono dare origine ad un vero problema emotivo e sociale.
Vito è seguito nel film nello spostamento per la visita settimanale in carcere dove è catapultato in un mondo di adulti fatto di guardie, sbarre, controlli all'ingresso e pochi minuti per poter abbracciare qualcuno.
Il film permette allo spettatore di entrare in contatto con il protagonista e con la sua esperienza; Vito si fa narratore attraverso i gesti infantili, maldestri, stanchi, di una situazione al pubblico sconosciuta.
Le riprese ravvicinate, le inquadrature tra la gente della metro e i sedili del treno, il bambino che non guarda mai nella macchina da presa, ci permettono di osservare tutto come degli estranei che spiano una storia di vita, una storia che rappresenta una verità da dover assimilare e cercare di comprendere per quanto ci è possibile.
"Mille giorni di Vito", è un'opera malinconica che sintetizza il senso dei giorni di un bambino tra un luogo che non gli appartiene e mille giorni rubati alla vita.

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