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Anatomia di una scena: Il verdetto

30.08.2009 - Valentina Ariete



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Titolo: Il verdetto
Regia: Sidney Lumet
Cast: Paul Newman, Charlotte Rampling
IMDB: 77/100
Voto: 90/100

 

 

Ci sono certe scene che non sono semplice pellicola impressionata da luce.
Non solo immagini in movimento.
Non solo visi su un grande schermo.
Certe scene ti entrano dentro, scavano un cunicolo fin alla bocca dello stomaco, te la serrano in una morsa che ti provoca un senso di calore che arriva fino al cuore, per poi esplodere in mille pensieri, riflessioni ed emozioni.
Certe scene sono come poesie, come aforismi preziosi, vivi e coinvolgenti.
Per questo meritano di essere approfondite, commentate e riscoperte.


Una di queste si trova in “Il verdetto”, straordinario film di Sidney Lumet, anno 1982, con uno strepitoso Paul Newman, forse nella sua interpretazione più intensa e sincera.


Frank Galvin (Newman) è un ex avvocato di successo caduto in disgrazia.
Abbandonato dalla moglie e cacciato dallo studio in cui lavorava, l'avvocato si dà all'alcool, non vince una causa da anni e gira da un funerale all'altro per tentare di convincere vedove e orfani a fare causa agli ospedali per reato di negligenza.
Fino a che un caso del genere non gli capita realmente per le mani: una giovane donna incinta è stata ridotta a un vegetale in circostanze poco chiare in un famoso e rispettabile ospedale religioso.
Un caso facile e di sicuro guadagno: una manna dal cielo per Frank.
Ma ad un certo punto qualcosa cambia: arrivato all'ospedale per fare delle foto della sua assistita, qualcosa si risveglia nel vecchio avvocato.
Man mano che fotografa il corpo immobile della ragazza qualcosa si scuote dentro Frank.
Qualcosa che per anni ha giaciuto sopito sotto un cumulo di macerie, alcool e bollette da pagare.
Frank si era limitato fino a quel momento a “vedere” il corpo della ragazza, non a guardarlo.
E nel momento in cui i suoi occhi si posano con attenzione su quella non-vita l'emozione è devastante.


Noi non vediamo mai direttamente la ragazza, ma solo attraverso gli occhi di Frank e le sue polaroid. In pochi secondi Newman riesce a passare dall'indifferenza al turbamento e infine alla presa di coscienza: quella ragazza è stata privata di ogni cosa e nessuno ha mosso un dito per lei.
E' stata privata del suo bambino, della parola, della vista, dell'udito, della vita.
E' la prova vivente dell'ingiustizia che i più deboli subiscono, della mancata assunzione di responsabilità di chi dice di essere difensore dei nostri interessi.
E finalmente Frank capisce: per quanto gli altri ci abbiano fatto del male e abbiano cercato di soffocare le nostre aspirazioni e la nostra innocenza non la si può dar loro vinta smettendo di combattere e autodistruggendosi.
Per quanto la vita faccia paura e sia difficile e per quanto spesso sia crudele e dolorosa non bisogna mai voltare lo sguardo dall'altra parte e abituarsi all'orrore e all'ingiustizia perchè ci toglierebbe quello che ci rende persone: la nostra umanità.
Smettere di indignarsi per quello che è ingiusto e amorale significa rinunciare definitivamente alla propria umanità e morire sempre più velocemente giorno dopo giorno.
Ed è per questo che quando le infermiere gli dicono che non può stare in ospedale Frank risponde: “Sono il suo avvocato”. Prima era solo uno dei tanti che si era limitato a passare vicino a quel dramma senza farci caso realmente.


Lumet per esprimere questa gamma variopinta di emozioni e riflessioni decide di usare uno stile essenziale, lavorando per sottrazione: niente musica in sottofondo, niente inquadrature dirette del corpo, solo gli occhi magnetici e straordinari di Newman scanditi dal rumore meccanico delle macchine per la respirazione artificiale.

 

2 minuti di cinema indimenticabili.

 

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