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Approfondimento cinema: Avatar

20.01.2010 - Valentina Ariete



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Titolo: Avatar
Regia: James Cameron
Cast: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver
IMDB: 87/100
Voto: 95/100

 

James Cameron è uno che da sempre è abituato a fare le cose in grande.

Amante della fantascienza e della tecnologia, ha tracciato un segno indelebile nel filone fantascientifico con pellicole innovative e ormai di culto come Alien e Terminator.

Non solo mostri e raggi laser però: con Titanic Cameron ha dimostrato il suo amore per le storie umane, per l'epica che si cela nei racconti di gente comune travolta dal corso della storia.

Inevitabile quindi il grande clamore che la sua nuova fatica, a distanza di ben 12 anni dal pluripremiato e ormai leggendario Titanic, destasse un' incredibile girandola di commenti, aspettative e curiosità.

Annunciato come il film che avrebbe cambiato per sempre la concezione di “cinema” e pellicola - ad oggi - più costosa di sempre, Avatar ha fatto discutere prima ancora di essere visto.

E' stato accusato di essere l'arma di distruzione di massa del cinema d'autore, del fascino della pellicola, della genuinità delle interpretazioni “dal vivo” degli attori.

In più è stato incolpato di avere una storia troppo semplice, personaggi poco approfonditi e che tutto sia suppellettile rispetto al vero grande protagonista: il 3D.

Ci si è messo anche Steven Spielberg, il grande fabbricante di sogni, che ha definito il film un capolavoro e “una delle cose più emozionanti mai viste”.

Cerchiamo di analizzare dunque il film e il complesso fenomeno che Avatar rappresenta attraverso questi vari punti di vista.

Sigourny Weaver e Sam Worthington


La storia di Avatar

 

Accusare un film di avere una storia troppo semplice è segno, molto spesso, di una comprensione parziale di quello che vuol dire raccontare una storia, soprattutto al cinema: se la storia, intesa come fatto, è davvero la cosa più importante in un racconto, allora grandi capolavori della letteratura mondiale come Romeo e Giulietta e L'Odissea potrebbero essere riassunti semplicemente come la storia di due che si ammazzano per amore e di uno che fa un lungo viaggio per il Mediterraneo.

Una storia è funzionale al modo in cui viene raccontata e soprattutto al cinema questo è lampante.

In Avatar si parla di Jake Sully, un marine rimasto paralizzato, chiamato a sostituire il fratello gemello defunto in una missione speciale: pilotare telepaticamente un Avatar, un essere con DNA mezzo umano e mezzo alieno, per poter conquistare la fiducia dei Na'vi, abitanti del pianeta Pandora.

La missione di Jake è convincere gli alieni dalla pelle blu a cedere un prezioso minerale, che si trova su Pandora, agli umani, rimasti a corto di riserve energetiche.

Inizialmente intenzionato a compiere la sua missione da bravo soldato, Jake riesce a intrufolarsi tra i Na'vi grazie a Neytiri, figlia del capo tribù.

Ma durante la frequentazione di questa aliena dalla pelle color turchese, che parla con animali e alberi e che gli insegna l'amore e il rispetto per la natura, qualcosa cambia: rinato grazie alla nuova vita, Jake può vedere il mondo e le cose con occhi diversi.

E' vero, la storia è un mix di classici come Balla coi lupi, Pochaontas, Blade Runner e Matrix, con atmosfere alla Guerre Stellari e Stargate.

Ma non c'è solo questo: mescolate sapientemente in questa cornice così classica e collaudata, ci sono anche il tema dell'ambiente, la critica ai militari sempre troppo sicuri di cosa sia giusto e sbagliato e incapaci di cogliere le sfumature della situazione in cui sono immersi perchè abituati a ricevere ed eseguire ordini e basta, la vergogna per le numerose azioni preventive attuate dal governo americano negli ultimi 10 anni e non solo, la paura del terrorismo, il problema dell'integrazione, il tema della diversità, il problema etico dello sviluppo tecnologico, l'eterna lotta tra scienza e pragmaticità e l'importanza della “rete”, che qui non è solo virtuale, ma biologica.

Tanti temi, caratteristici del '900 appena concluso, che Cameron ha saputo concentrare in un'unica pellicola e che in un film non "spettacolare" e non epico non avrebbero avuto la stessa forza.

E' interessante come tramite una storia dalla struttura semplice e classica il regista americano riesca a creare un discorso complesso e che rappresenta il nostro presente così come il futuro prossimo.

 

Zoe Saldana


L'uso del 3D

 

Rappresentare un mondo complesso come quello di Pandora, che non a caso ha questo nome, sarebbe stato impossibile fino a pochi anni fa.

In questo senso Avatar entra di diritto nella storia del cinema e si può considerare un grande classico già da ora.

La bellezza delle immagini della pellicola è semplicemente indescrivibile: animali alieni, piante fantastiche che sembrano uscite dai sogni, paesaggi spettacolari creano un'atmosfera incredibile, mai vista prima d'ora, che non può non incantare e meravigliare.

Per la prima volta il 3D ha trovato la sua ragion d'essere: questa volta lascia a bocca aperta.

Stesso discorso vale per le performance degli attori che danno il volto e le movenze ai personaggi alieni: i Na'vi, creature alte 3-4 metri con occhi enormi, non sarebbero stati credibili con attori semplicemente truccati. La grande innovazione del film sta proprio in questo: il trucco è limitante perchè le proporzioni del corpo umano non possono essere alterate, invece con la tecnologia della WETA si è potuto creare il perfetto ibrido tra personaggio creato con la Computer Grafica e la performance di un attore.

Il film DEVE quindi essere necessariamente visto in 3D.

 


Il tema della visione

 

Tema principale della pellicola è, a mio avviso, quello della visione: il film comincia e finisce con degli occhi, viene ripetuta più volte la frase “Io ti vedo”, i protagonisti rinascono e vedono il mondo con occhi diversi grazie ai loro Avatar e perfino noi stessi, pubblico seduto in sala, portiamo degli occhiali per vedere questo mondo fantastico in 3D.

Il cinema stesso è prima di tutto immagini in movimento: Cameron ha quindi amplificato non solo le possibilità creative del cinema, ma anche la nostra concezione di visione e di fruizione del mezzo cinematografico.

Jake Sully impara a vedere con occhi diversi un nuovo mondo così come noi abbiamo la possibilità - se ci lasciamo trasportare e non ci facciamo imbrigliare da pregiudizi o modi “vecchi” di concepire l'immagine visiva - di imparare un nuovo modo di raccontare attraverso le immagini, un nuovo mezzo del linguaggio cinematografico.

In questo senso, Avatar è un'opera rivoluzionaria, che cambia di diritto la storia del cinema, aprendo la strada ad un cinema che tiene presente quello del '900 per lanciarsi con entusiasmo nel 2000 e in nuove possibilità di raccontare.

 

Stepehn Lang


I personaggi

 

Forza centrale del film sono i suoi personaggi.

In grado di emozionare proprio perchè così semplici e classici nella loro struttura: il protagonista Jake (Sam Worthington, convincente già in Terminator Salvation e qui consacrato come eroe di fantascienza) è il classico uomo comune dall'indole sostanzialmente buona che, grazie a vicende personali, è aperto a una nuova visione delle cose e che matura dentro di sè una nuova coscienza.

Grace, la scienziata tutta d'un pezzo, interpretata alla perfezione da Sigourney Weaver, la dea della fantascienza per eccellenza, è l'incarnazione della scienza, della razionalità che però sa comprendere ed apprezzare la bellezza della vita proprio perchè ne conosce la complessità dei meccanismi biologici.

Il colonnello Qualritch (perfettamente interpretato dal granitico Stephen Lang) è un cattivo così intrinsecamente cattivo da risultare quasi simpatico. La sua concezione del mondo è semplice e chiara: i marines hanno sempre ragione e chi non è d'accordo deve essere eliminato. Grazie a lui i militari, come spesso accade al cinema, non ci fanno una gran bella figura.

Così come i grandi capitalisti: il Parker Selfrige di Giovanni Ribisi è un ricco industriale che pensa solo al proprio profitto (il suo cognome già ce lo fa intuire), che non riesce a cogliere la bellezza del mondo che ha di fronte perchè troppo incastrato nella logica costi-benefici per concepire il mondo e la vita in un modo diverso.

E poi c'è Neytiri, splendida aliena Na'vi che ha la grazia e la bellezza di Zoe Saldana, personaggio affascinante e coinvolgente, istintivo e romantico, pronto a cogliere la bellezza che le sta in torno e talmente integrata e letteralemente “connessa” con la natura da esserne parte integrante ed espressione.

Neytiri rientra nella meravigliosa rosa di straordinari personaggi femminili ideati da Cameron: come la Ripley di Alien, la Sarah Connor di Terminator e la Rose di Titanic, Neytiri è un personaggio affascinante e forte; Cameron infatti è uno di quei pochi registi (insieme a Tarantino e Eastwood) in grado di creare figure femminili di una forza e complessità tale da risultare molto più affascinanti dei loro co-protagonisti maschili.

Ma il vero protagonista di Avatar è Pandora: con le sue piante che sembrano meduse, gli animali che sembrano usciti da un racconto fantasy e lo straordinario concetto di rete di interconnessione neurobiologica, è il simbolo della vita, della natura, della bellezza che noi esseri umani stiamo distruggendo perchè non siamo più in contatto con essa.

Un concetto a metà tra l'animismo e la neuroscienza, talmente affascinante perchè fondato contemporaneamente su un sentimento mistico e quasi religioso e su basi scientifiche.

 

Sam Wortington e Zoe Saldana


Avatar è dunque un film ambiziosissimo e allo stesso tempo semplice, che parla di natura tramite una tecnologia avanzatissima, che si pone come un racconto epico per il grande pubblico e contemporaneamente parla di politica, problemi ambientali, accettazione e soprattutto comprensione dell'altro, del “diverso”.

Attraverso gli occhi dei Na'vi Jake Sully riesce a vedere gli esseri umani da un'altra prospettiva e a “vedere” finalmente le cose.

Un concetto così facile da capire logicamente ma che non viene quasi mai “compreso” o “visto”.

Per esprimerlo al meglio Cameron ha scelto di utilizzare il cinema nella sua forma più pura e meravigliosa ovvero come “fabbrica dei sogni”.

Non resta quindi che prendere visione del film e non limitarsi a “guardare”, facendosi bombardare passivamente da immagini frenetiche e continue, ma cercare di “vedere” l' opera, lasciandosi trasportare dalla sua bellezza, e godersi questa grandiosa e lussureggiante esperienza sensoriale.

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