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sabato 14 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA: David Chevalier: “Toglimi la fantasia, e perderò la ragione”.

09.02.2010 - Simonetta Caminiti



DOPPIATRACCIA - Videointervista a Roberto Chevalier

  Mp News ha incontrato e intervistato in esclusiva l'attore e doppiatore Roberto Chevalier  
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foto di Guido Gambardella
Il fotografo suggerisce, meditabondo, una vaga somiglianza tra David Chevalier e Federico Zampaglione (vocalist dei Tiromancino). David replica ridendo: «Ti odio!»

 

Le “corde” probabilmente richiamano quelle del padre Roberto Chevalier (fuoriclasse del doppiaggio italiano); ma David, già premiato come attore doppiatore emergente nel 2005 al Gran Galà di Romics, è un giovane professionista che, decisamente, ha maturato la sua cifra di autonomia e gli annessi riconoscimenti. «Ho avuto la fortuna di imparare da uno dei migliori maestri, ma ho cercato di farmi la mia strada dal punto di vista artistico e di differenziarmi abbastanza, di prendere altri indirizzi, di cercarmi tutti altri ruoli».

 

Eccolo negli studi dell’edizione italiana di Supernatural (serie cult Rai): aperto alle nostre curiosità e ricco di punti di vista fantasiosi, acuti e personali, a partire dal suo lavoro.

 

Come molti colleghi, dunque, hai iniziato da bambino…

«Sì. Mi piaceva tanto vedere papà che lavorava e ogni tanto gli chiedevo di portarmi con lui. I bambini sono sempre utili in sala: sono ruoli abbastanza “scoperti”… Come – penso – la maggior parte dei colleghi, ho iniziato per gioco: ricordo perfettamente il primo turno che ho fatto. Era un film dossier sull’AIDS, ed io dovevo recitare una battuta tipo: “Lasciami! Devo stare con lo zio Mike!” … Nessuno mi aveva detto di cosa si trattasse, ma ero già curiosissimo, da bambino; così domandavo, e mi rispondevano che… “era un film sul… morbillo!”. Mi raccontano un’altra cosa che io non ricordo, però. Ai bambini in genere si dà una piccola pacca sulle spalle, per “farli partire” con la battuta: la primissima volta lo fecero anche con me… Ma già alla seconda occasione, come mi diedero la pacca, mi voltai e dissi: “No no, ho capito come funziona! Ora tocca a me!» (Ride fragorosamente, ndr)

Per cui, un approccio molto istintivo.

«Sì! Poi, a differenza di tanti colleghi, non ho lavorato ininterrottamente. Durante l’adolescenza sì, lavorai un sacco perché era il periodo delle telenovelas e c’era molto materiale da doppiare. (Avrò avuto dodici o tredici anni) Tornavo da scuola e dai turni abbastanza stanchino… »

Qual era l’atteggiamento dei compagni rispetto alla tua attività?

«Sinceramente non lo so. Alcuni lo sapevano; gli insegnanti lo sapevano… Ma tendevo a non parlarne tanto. Dopo un po’ di tempo, dissi a mio padre che non me la sentivo di sobbarcarmi tanto sacrificio di tempo (tre quarti d’ora di autobus per arrivare sempre trafelato…) e che volevo provare a interrompere: lui la prese molto serenamente. Dopodiché, verso i quindici, sedici anni, esplose la passione per il cinema. A volte saltavo scuola (erano i primi anni della PayTV), e guardavo film su film per tutta la mattina: una “monomania” davvero, ero praticamente “entrato in fissa”, così, d’emblée. Così… mi sono riavvicinato al doppiaggio: ho parlato di nuovo con mio padre e ho espresso il desiderio di ricominciare con qualche turno. Nessun problema. Ma due anni di pausa a quell’età sono tanti! Due anni, in genere, a quell’età, sono come dieci nella vita di un adulto. Avevo perso la mia dimestichezza con l’ambiente; molta gente neppure si ricordava di me, e in più avevo cambiato la voce. C’erano difficoltà a distribuirmi. Quindi ho ricominciato da zero: dai “brusii”: la classica gavetta. Intorno ai diciotto anni ho parlato seriamente con mio padre, gli ho spiegato che avevo scelto questa attività come mestiere vero e proprio, e non certo come “arrotondamento” nel tempo libero. E lui (sorride, ndr)… mi ha fatto un… sederino così! Mi ha insegnato moltissime cose importanti. Ho fatto un grosso salto di qualità, sono arrivati i primi protagonisti… Poi provai anche a frequentare l’università, ma non ressi a lungo. Facevo tante cose, del resto: suonavo…».


foto di Guido Gambardella

Questo è interessante. Più di un doppiatore ha dei trascorsi musicali. Tu di cosa ti sei occupato, come musicista?

«Intanto ho imparato tutto da autodidatta. Completamente. Mai studiato: ebbi un approccio allo studio della musica intorno ai venti, ventidue anni… Ma mi capitava di imparare anche troppo in fretta e avevo un maestro un po’ pedante (ride, ndr). Non facevo mai gli esercizi, ma riuscivo a simulare perfettamente! Odio perdermi in fronzoli, per carattere. (Ecco perché, nella lentezza dei ritmi, mi sono trovato male all’università). Sono decisamente uno che ama la sintesi… Alla musica però dedicavo moltissimo tempo. E poi, ancora, scrivevo».

Ecco un altro “destro” per la prossima curiosità. Ho letto che in effetti hai sperimentato anche la scrittura. Di che si trattava?

«In realtà, a vent’anni, avevo iniziato anche a buttare giù delle sceneggiature. Tuttora mi vengono un bel po’ di idee e spero di cavarne qualche soggetto (farne una vera e propria sceneggiatura sarebbe più impegnativo). La fortuna dello scrivere è che lo fai autonomamente: che non richiede un’organizzazione collettiva. Hai tempo, hai voglia, hai il computer… e lo fai; cosa che con la musica, con un gruppo, è impensabile. Spero che la scrittura diventi la mia professione futura. (Sorride, ndr). Dovendo buttare giù qualcosa dalla torre, però, ho sacrificato prima l’università, poi la scrittura. E ho portato avanti doppiaggio e musica per un po’di tempo. Ed eccomi qua».

Come doppiatore hai avuto popolarità, all’inizio, per una serie tv. Un cult leggero e delizioso: “Gilmore Girls”…

«Maddai! È stata un’esperienza molto carina. Intanto, mi piaceva lavorare con Myriam (Myriam Catania, ndr, coprotagonista di “Una mamma per amica”), perché è davvero brava. Quando lavori con un collega che ti dà bene le battute, che ha intonazioni così fresche… ti stupisci, è stimolante. E poi la serie era deliziosa davvero. Certo, il mio personaggio non era il più comico (era piuttosto un “belloccio della situazione”…), ma gli ruotavano intorno tanti caratteri esilaranti, quindi mi sono divertito tanto. E tutto il cast dei doppiatori era ottimo».


foto di Guido Gambardella

Svariati telefilm all’attivo, mi pare. Il tuo preferito?

«Mi divertivo come un pazzo su una serie che si chiamava “The war at home”. Doppiavo un personaggio che parlava in maniera stranissima! Ho trovato un sacco di clip su Youtube, che riguardano proprio quel personaggio. Purtroppo abbiamo fatto solo due stagioni: peccato… (ride, ndr). Il mio personaggio aveva un nasone immenso, ed io, d’accordo con Giorgio Lopez che mi dirigeva, enfatizzavo il nasale. Le battute di quella serie erano bellissime: ciniche, splendide».

Concordi che i serial stiano acquisendo sempre di più i tagli e le qualità del cinema?

«Assolutamente. Tant’è vero che molti grandi attori si stanno dedicando al seriale, in questo momento».

Al cinema, cosa guardi volentieri?

«Io adoro il fantasy e la fantascienza. Me li porto dietro dall’adolescenza. C’è da dire che tutto quello che si dilunga troppo sul quotidiano… io lo trovo un po’ noioso. Il film di denuncia, per carità, serve: è uno strumento per far prendere coscienza di tante cose alla gente. Però, tutto il resto, che non si colloca in quella dimensione e resta molto attinente al quotidiano, io lo trovo inutile. Non mi entusiasma, perché non mi fa sognare».

Per cui, concepisci il cinema soprattutto come “evasione”?

«No. Non proprio “evasione”… Non “intrattenimento”. Io trovo stimolanti i film che ti lasciano un margine “solo tuo”, nei quali puoi apportare tu qualcosa. Molte volte, il fantasy benfatto (soprattutto se tratto da grandi scrittori come… Dick, per esempio) ha un ampio margine di riflessione per chi lo guarda: la storia è solo un pretesto, una metafora giocata sull’irreale, ma che tu puoi ricondurre alla vita. Nei film di denuncia questo non succede, perché ti “imbeccano” puntualmente. Il fantasy induce a processi inversi... Io odio le cose assenti di fantasia. Ed ecco perché non guardo la tv, salvo i documentari che stimolano la mia curiosità».

Tornando al tuo lavoro, osservo l’espansione dell’interesse che hanno molti aspiranti attori, verso il doppiaggio. Donde il proliferare delle scuole ad hoc eccetera. Qual è il percorso ideale di un doppiatore?

«La scuola in sé secondo me non serve. Ci vuole la gavetta, bisogna accumulare esperienza. È un mestiere anche molto “tecnico”. Tanti sono convinti che la bella voce sia un grosso punto di partenza. Il che è sbagliato! Con la bella voce resti limitatissimo, se non impari a usarla, a recitare. Questo lavoro racchiude una serie di abilità: occorrerebbe un bel corso di dizione, pratica con la recitazione… E consiglierei, dove possibile, di fare teatro. Alla fine assisti ai turni e, dopo qualche tempo, se te la senti, inizi con qualche provino. Bisogna essere già grati se si riescono a fare i brusii…Ci vuole un sacco di tempo. A meno che non si abbia un talento immenso… Ma penso ci sia un caso simile ogni vent’anni».


foto di Guido Gambardella

A proposito di teatro, tu ne hai fatto mai?

«Io personalmente no. Ho un rispetto enorme del teatro: secondo me è un lavoro che assorbe completamente, e a me mancherebbero le energie per conciliare doppiaggio e teatro. Molti colleghi ce la fanno: io non ce la farei. Poi non ho una buona memoria per le parole scritte, e francamente sono un po’ “terrorizzato” dall’idea di non ricordare le battute di un copione (paura di tanti attori)… Ricordo molto facilmente tutto quello che associo alle immagini, ma con le parole scritte ho questo personale problema. Secondo alcuni colleghi sono io che sopravvaluto questa difficoltà, ma io ho un tale rispetto verso questo genere di spettacoli che per il momento me ne tengo fuori e mi dedico ad altro. E poi, essendo tanto timido… Direi che sono in grado di superare tutta la mia timidezza sul palco solo se c’è in ballo la musica»

Pensa al microfono. Tutti sedotti dal microfono, oggi. Timidi e meno timidi. Il microfono (che è il tuo strumento di lavoro ogni giorno) è davvero uno “oggetto particolare”, che forse evoca l’idea dell’assolo, della concentrazione sul singolo finalmente emerso dalla “massa informe”. A te cosa viene in mente quando pensi al microfono?

«Ormai lo gestisco in modo talmente automatico che quasi me lo scordo. È il fonico che me lo ricorda! Tanti colleghi all’inizio ne sono molto suggestionati, spaventati, quasi hanno difficoltà a toccarlo; grazie al nostro lavoro nel doppiaggio, si sviluppa decisamente un feeling con quello strumento… Ma probabilmente ci vuole tempo».

Curiosità-lampo. La prima: doppiaggio e passioni parallele a parte, che mestiere avresti fatto? Uno su tutti.

«Intanto, avrei coltivato per forza un mestiere nelle arti. Mi sarei laureato in Lettere. (Non) avrei lavorato, come tutti i laureati in Lettere. (Ride, ndr). Avrei fatto il musicista o lo scrittore, magari il giornalista. Toglimi la fantasia… E divento pazzo, perdo la ragione».

L’ultima. L’altra che si chiede a tutti, qui. Chi è… David Chevalier? Le cose più importanti in assoluto?

(ride, ndr) «Aiuto! Sono una persona molto curiosa, non sono uno a cui piace fare cambiamenti di vita troppo drastici, per cui sono un pochino abitudinario, mi tengo stretto “le mie cose”, ma allo stesso tempo devo sempre conoscere, scoprire. La salute è la cosa più importante di tutte (sarà che ho visto star male alcune persone… e mi rendo conto di che significa): sono molto attento. E poi l’immaginazione».

 

 

 

 


DOPPIATRACCIA: David Chevalier
Foto di GUIDO GAMBARDELLA


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