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sabato 28 marzo 2020

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Recensione: I Love You, Man

Il doppio strato della vera amicizia

05.08.2008 - Enrico Rossignoli



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Dai primi 20 minuti si ha la sensazione di assaggiare l'antipasto di un'altra produzione da fast food, ovvero cinema in saldo estivo (di idee) con la pretesa della gag demenziale (strappa-risate). La formula è quella di sempre, ma stavolta il contenuto fa il salto di qualità. Peter è l'impiegato d'ufficio neo-fidanzato. Su frecciata del padre si accorge di essere stato sempre più in gamba e socievole con le donne che con gli uomini. Da qui inizia il paranoico percorso nello scovare il partner di bevute e consigli fraterni. La faticosa ricerca rivela grosse carenze e la giusta intesa diventa un'utopia. Giungono puntuali atmosfere ridicole, ritrovi filo-omosessuali e sbronze eccessive (vomitare sul padrone di casa non dà ragione all'ospite). Come spesso capita, l'evento più casuale diventa quello più promettente. A poche settimane dal matrimonio Peter inizia a frequentare Sidney, con cui si crea in poco tempo un legame importante. Fin qui tanto fracasso, e molto rumore per nulla. Il resto è da scoprire.
Nella colorita macedonia di commedie yankee, prevale il sapore acidulo del già visto e il risultato mediocre del monotono. "I Love You, Man" fa eccezione. Nonostante ritmo e canoni della classica sceneggiatura vengano rispettati, rimaniamo stupiti dalla vera trovata sorprendente: il modo controverso in cui può svilupparsi una buona amicizia. E' questo salto di qualità, merito di una macchina narrativa che sfiora il bizzarro, ma che mai scivola nel tranello del legame omosessuale.
L'insicuro Peter, sconvolto dal carisma senza regole di Sidney, comincia quella vita sociale che gli è sempre venuta meno: poche incomprensioni, risate a suon di rush&rock, zero litigi. Nel rivivere l'adolescenza spalla a spalla , vengono meno le necessità di coppia, evidenziate dalla futura sposa. Raggiunta la vetta del divertimento col proprio compagno, ora il problema successiva è saperla discendere poco a poco. Ecco quindi degenerare il buon suono dell'amicizia in stridula cantilena tra compagnoni infantili e affettuosi.
Alla visione dell'ennesimo film su amore e legami per la vita, potrebbe salire la nausea per eccesso di saccarosio. Eppure Paul Rudd, alla decima parte da protagonista impacciato, se la cava coraggiosamente per oltre 100 minuti, senza mai far scendere l'interesse sull'epilogo della vicenda. È lui a incassare le gag più simpatiche a metà tra cinico yuppie (irritante) e tenero adolescente (confuso). Il resto della truppa, compreso il coinvolgente umorismo di Jason Segel collabora alla missione divertimento. John Hamburg scrive e dirige la girandola di coppie arrabbiate affidandosi al ritmo ripetitivo del lungometraggio d'intrattenimento. Ossatura tipica, la quale tuttavia, a metà percorso, coglie la variante decisiva per lo spunto originale: l'amicizia sincera si costruisce con pazienza e altrettanta fiducia nel prossimo, spesso l'eccesso sconfina nel malsano. Risultato con riserva e rinvio a giudizio per John Hamburg, a cui Ben Stiller deve riconoscenza per metà della sua gloria per la sceneggiatura Zoolander, Alla fine arriva Polly, Ti presento i miei. Il 40enne regista può aggiungere la sua opera al bilancio positivo di commedie apprezzate dal pubblico (negli States ha spopolato con 71 milioni di dollari). A comporre il puzzle un divertente cammeo di Lou Ferrigno (nella parte di se stesso), l'arrabbiata presenza di Jon Favreau (macchietta polemica, subirà il vomito altrui), J.K. Simmons e Andy Samberg padre e figlio amici per la pelle.
Tema convincente a dispetto dello stereotipo canovaccio televisivo intorno a cui ruota la trama. Ci si accontenta, ma per godere sarebbe necessaria qualche sana risata con la pancia in mano.

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