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giovedì 24 settembre 2020

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  • Cinema e Teatro

Close-up: PINKY VIOLENCE E DINTORNI (terza parte)

Sexploitation, torture, sangue. Donne nude alla riscossa, tra industria cinematografica e Nouvelle vague giapponese.

18.02.2010 - Leonardo Birindelli



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Al Doppio Teatro la storia di un amore alla ricerca della propira identità
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Suzuki Seijun (da non confondere con Norifumi Suzuki), è autore di film noir e yakuza in atmosfere surreali che ha portato la Nikkatsu a licenziarlo per l'incomprensabilità dei suoi film, il che, a sua volta, ha sollevato un polverone di proteste da parte di studenti, cineclub e registi, mostrando così l'esistenza, in un senso anche sociale, di un Nuovo Cinema, o Nuberu bagu (Nouvelle vague in giapponese). Koji Wakamatsu, ex-yakuza, realizza film in cui sesso e violenza (eros e thanatos potremmo dire vista la sublimazione perseguita) vengono inseriti in una più profonda (a volte forse troppo verbosa) riflessione politica e psicanalitica. É in questo contesto quindi che si sviluppa il Pinky Violence: il cinema in crisi a causa dello sviluppo della televisione induce la produzione di film a basso costo e di facile attrattiva, questo porta una maggiore libertà ai registi che lavorano all'interno dell'industria, e una crescita delle produzioni indipendenti, si parla quindi di Nuberu Bagu, di cui l'esponente più famoso in Occidente è Nagisa Oshima con il suo L'impero dei sensi (prodotto da Wakamatsu). Il parallelismo con la Nouvelle Vague è, praticamente, solo nel nome; a proposito di Oshima, il montaggio, la narrazione e i rapporti con il cinema di Godard e simili, Donald Richie (in Racconti crudeli di gioventù: nuovo cinema giapponese degli anni '60) citando Noel Burch (To the distant observer. Form and meaning in Japanese cinema) sottolinea come «il cinema "commerciale"  indipendente, prodotto di una situazione economica e ideologica bene determinate, è anche specificatamente giapponese nel suo  modo di rifiutare i codici dominanti" e perché la stessa idea che "il cinema esistesse solo "per narrare una storia", è storicamente estranea al cinema giapponese»

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