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domenica 15 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA: Il segreto di Meryl Streep.

Intervista a Maria Pia Di Meo

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Foto di Guido Gambardella

Nelle edizioni che tutti conosciamo, alcune protagoniste di classici del cinema hanno qualcosa in comune, anche se apparentemente sono delle più trasversali.
Così a bruciapelo, chi saprebbe dire qual è il filo rosso che lega la Julie Andrews di Mary Poppins, la sensuale e indimenticabile, controversa, Julie Christie de Il Dottor Zivago, le Meryl Streep de La mia Africa, o Il diavolo veste Prada?
È il sonoro: l'interpretazione dell'attrice Maria Pia di Meo, che nel corso degli anni ha dato "fiato" a questi volti con una professionalità e una intensità d'eccezione, facendo scuola a più generazioni di suoi colleghi.
«Io adoro la Streep...» racconta la signora Di Meo nel corso del nostro incontro «E, avendola conosciuta, credo che il suo talento rispecchi ciò che lei è: una persona piena di valori, di sentimenti, di vita vissuta. Quando hai la possibilità di conoscere e doppiare personaggi del genere, allora trovi le "delizie" del mio mestiere.
«Se siamo di fronte a un film mal doppiato, il film è rovinato. Chi fa questo bene questo lavoro dà valore al film: e non è vero che il pubblico non recepisce. Il pubblico recepisce eccome».

Siamo d'accordo.
Come sempre, muniti di macchina fotografica, spingiamo una sonda più curiosa che mai in questo magnifico sguardo verde-azzurro, nella cornice di un viso che, probabilmente, poco avrebbe da invidiare persino alle attrici di Hollywood.

Intanto, ci piacerebbe ascoltare qualche nota sui suoi esordi.

«Gli esordi? (ride, ndr) Dobbiamo andare proprio ai tempi dei tempi, nel senso che io ho iniziato da bambina - avevo cinque anni, ero figlia di attori - e non sapevo ancora leggere: dovevo imparare le battute a memoria. Ho cominciato per caso, con mia madre che si occupava di doppiaggio. Sono stata una di quei "bambini-mostri"... E non mi sono mai fermata, ahimè! Ho cominciato a cinque anni, sono andata avanti, poi è arrivato il teatro: ho debuttato con Gassman a dieci anni , ho lavorato con un sacco di compagnie, con Strehler, con Visconti (grandissimi registi)... E poi, però... quanto tempo abbiamo? (ride, ndr) Dovrei raccontare davvero un sacco di cose. Mi sono sposata giovanissima, avevo vent'anni, e ho avuto due figli subito: conciliare il teatro con la famiglia è molto difficile. Il doppiaggio mi ha assorbita totalmente, anche perché ho cominciato con ruoli importanti da piccola: a dodici anni doppiavo attrici molto più adulte di me...».

Un lavoro "l'ha scelta", in qualche modo...

«Non mi sono mai fermata: sono un po' stanca, forse, ma continuo. Doppio Meryl Streep: attrice che io adoro e che mi è stata presentata quando ha ritirato il premio alla carriera».

E che esperienza è stata?

«Meravigliosa! Ci siamo incontrate all'Auditorium... Intanto, come tutti i grandi, ha la sensibilità per mettere gli altri a proprio agio: è stata deliziosa e mi ha ringraziato per alcuni miei lavori in particolare. Insomma, incantevole».

In effetti, ci sono casi eccezionali in cui il tributo dell'attore americano arriva...

«In alcuni casi no, nel suo sì... Devono esserci stati dei film che l'hanno convinta di più. Per esempio, Il Dubbio, questo carattere duro, di una monaca appunto piena di dubbi e molto distaccata dal mondo che la circonda e tutta presa dal suo conflitto interiore... Questa è stata un'interpretazione difficile che ho fatto con grande gioia. È chiaro che quando si doppiano attrici così straordinarie, in qualche modo, non solo si impara, ma ti piace moltissimo farlo».

Elementi dibattuti. Una sua dichiarazione che ho sentito, già parametro di chiarimenti con alcuni suoi colleghi, riguarda la libertà, l'aspetto creativo del doppiaggio...

«Ah sì! (la signora Di Meo assume un tono molto risoluto, ndr, e bissa l'esclamazione) Ah sì! E su questo proprio non ho dubbi. Nel senso che... oggi soprattutto, ci sono tantissimi giovani, anche bravi doppiatori che però non hanno alle spalle un passato di teatro o cose del genere; dunque sono molto bravi ma hanno uno stile molto "doppiaggese", non saprei come altro definirlo. In realtà, questo mestiere così come lo faceva, ad esempio, il grandissimo Peppino Rinaldi, o Amendola... era un campo nel quale si riusciva ad apportare la propria creatività: ad aggiungere qualcosa. Guardiamo Lionello su Woody Allen: in originale Woody Allen non è così divertente e non c'è dubbio, su questo! Se ognuno di noi fa bene questo mestiere deve portarci la propria sensibilità, il proprio vissuto...»

Il timore in casi simili è "tradire un po'" un lavoro già svolto da altre mani.

«No. No, perché devi - come posso dire? - tradurre quello su cui altri hanno lavorato per mesi e mesi per un altro pubblico, per noi. Il che è diverso nelle intonazioni, e bisogna trovare delle vie di mezzo. Il "doppiaggese" è proprio questo, per me: ripetere, anche benissimo, ma in modo un po' pappagallesco. Per me ci sono attrici che doppio come Barbra Streisand, o Susan Sarandon (tante...), ma la Streep è la migliore perché riesce a cambiare i personaggi in modo totale: passa dalla monaca terribilmente dura e tormentata dalle sue angosce alla psicanalista di Prime, un carattere divertente. Si fa brutta, arriva a una gamma di personaggi incredibile. Oggi c'è una buona scuola anche in Australia, ma i migliori vengono sempre dal teatro. E magari non sono bellissimi, ma fanno gli attori nel pieno senso. (Da noi avviene l'opposto, il che è la follia). E così è il doppiaggio: la capacità di aggiungere. Rinaldi mutava da un personaggio all'altro in modo straordinario: "Uno, Nessuno e Centomila". Non dobbiamo stare rinchiusi in questa parola: "doppiatore": il doppiatore deve anzitutto essere un attore».

A livello mediatico, il settore sta emergendo, e soprattutto si ribadisce questo concetto: la personalità in tutto e per tutto attoriale.

«Ora sì. Da qualche anno. Per moltissimi anni, nei titoli di coda figuravano magari anche sarti, chi curava le acconciature eccetera ma non noi. Adesso l'edizione italiana comincia ad essere inserita dalle società cinematografiche; ma purtroppo quasi sempre tardi rispetto alla fine dello spettacolo».

Ha visto evolvere (o involvere, magari) il suo campo. Come lo ha visto cambiare?

«Devo dire che non l'ho visto cambiare in bene. Sarà che ho lavorato con grandi attori... Gazzolo padre (Lauro Gazzolo, padre di Nando, ndr), o Carletto Romano, Rinaldi, Locchi. Ripeto, grandi doti di creatività. Oggi li trovo tutti più o meno "simili", i doppiatori, anche quando sono bravi. Non dico certo che si debba essere se stessi: Amendola, bravissimo, era sempre un po' troppo se stesso, e doppiando tanti personaggi era riconoscibile. La bravura di un doppiatore è anche quella: la Streep ne Il Dubbio ha bisogno di un timbro tutto suo. Cambiare, cambiare anche la vocalità. In
Lemony Snicket, Meryl Streep era una zitella pazza; o in Julie and Julia, interpreta un personaggio noto in America (la nostra Clerici de "La prova del cuoco", per intenderci), in chiave comica...»

Quale sarà stato il personaggio che le rese più popolarità?

«Beh, credo la Streisand. Da Come eravamo a Funny Girl... Anche la Julie Christie di Zivago».

Come sarebbe se anche in Italia passassero i film in originale e basta? Qualcuno si sta impegnando a sensibilizzare il pubblico in questo senso. Che ne pensa lei?

«Penso sia una cosa molto sbagliata. Non che non sarebbe magnifico vedere ogni cosa con le voci originali degli attori. Ma in Italia, per la scarsa conoscenza delle lingue che c'è, avremmo bisogno dei sottotitoli, che rendono i film impossibili da seguire. Fra i due "mali", io preferisco vedere un film doppiato. Non conosco il tedesco: non riuscirei mai a guardare un film tedesco leggendo i sottotitoli. E poi si potrebbe risolvere la questione destinando il film in originale ad alcune sale, e dando la possibilità di scegliere».

Abbondano premiazioni e festival ad hoc sul doppiaggio. Che opinione ha al riguardo?

«Orm ai questi festival sono un po' troppi. Dei riconoscimenti è giusto che ci siano... Ma non troppi. Altro è essere premiata all'Auditorium per premi tributati anche dal pubblico. Il pubblico sa riconoscere il talento. Ultimamente ho presentato una importantissima serata, che era un incontro fra i giovani artisti, nel campo musicale, scenografico eccetera, e gli anziani: era all'Auditorium, non è stato neppure semplice. I premi sono piacevoli quando hanno anche un certo significato, una certa importanza».

Che le pare, invece, del cinema italiano?

«Mi pare che ultimamente che ci siano dei registi con delle idee valide. Ma forse io sono un po' "educata male" (un po' viziata) dal cinema americano: è impossibile fare dei paragoni col cinema americano. E non parlo di cose tipo Avatar, fuori dalla nostra portata, e poi anche discutibili. Un tempo avevamo Fellini, Antonioni, Visconti, Pasolini, De Sica, Rossellini: una cultura diversa. Oggi c'è un cinema ristretto ai "fatti nostri", anche quand'è ai massimi livelli: non è universale. In Fellini, ciascuno poteva riconoscersi».

Nel senso che non è più un cinema trans-culturale?

«Esatto. Non è transculturale. Anche Gomorra, o Il Divo, ottimi film che parlano di cose soltanto nostre, che riguardano la nostra storia e basta. È un cinema per i giovani, che non hanno avuto la fortuna di avere i nostri modelli: film che segnano una cultura ed un'apertura molto ampia».

Col teatro che rapporto le è rimasto?

«Amore e odio, direi. Intanto sono tornata al teatro tre anni fa. Io non sono affatto frustrata dalla totale dedizione al doppiaggio: se emergi molto nel tuo campo, non puoi essere frustrato. Al massimo può dispiacerti non esprimere il tuo talento in altri spazi. In molti mi hanno chiesto perché non mi sia data al teatro. La stessa Anna Magnani - ero bambina e doppiavo con lei La rosa tatuata, era una scena molto difficile - mi disse che sarei dovuta andare a fare l'attrice. Poi si sono messe di mezzo o tante cose... ».

Mestiere che spesso passa dai genitori ai figli, il suo. Di che si occupano i suoi figli?

«Tutt'altro. Mio figlio fa lo psicanalista a Milano, ha seguito le orme del padre. Mia figlia fa teatro, purtroppo. Dovrebbe debuttare domani con uno spettacolo delizioso (Muratori)di tre soli personaggi... Vero che ci sono delle famiglie importanti nel doppiaggio: gli Izzo, i Rossi, che sono straordinari, i De Angelis, tutti molto bravi... Il figlio di Giannini è bravissimo, o il giovane Emiliano Coltorti... Ma i loro interessi sono nella recitazione, non si limitano al doppiaggio».

 


Intervista a Maria Pia Di Meo
Foto di GUIDO GAMBARDELLA


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