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venerdì 25 settembre 2020

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Recensione: Departures

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Titolo: Departures
Regia: Yojiro Takita
Cast: Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki, Ryoko Hirosue, Kazuko Yoshiyuki, Kimiko Yo, Takashi Sasano, Tôru Minegishi, Tetta Sugimoto, Yukiko Tachibana, Tatsuo Yamada

 

Departures è la prima opera giapponese nella storia a conquistare il prestigioso Academy Award, sbaragliando concorrenti di tutto rispetto come Valzer con Bashir e La banda Baader Meinhof. E' stato il film headliner del Far East Festival di Udine nel 2009, dove ha portato a casa il Premio del Pubblico. Ha vinto ben 10 premi alla 32esima edizione degli Oscar giapponesi.

Con un tale palmares e dopo i buoni risultati ottenuti anche oltreoceano, il capolavoro di Yojiro Takita ("When the last sword is drawn") sbarca nelle sale italiane tra molte aspettative, tutt'altro che disattese alla fine dei 131 minuti del film. L''attore Masahiro Motoki è Daigo Kobayashi, un giovane violoncellista costretto dallo scioglimento dell'orchestra per cui lavora a rivedere le sue prospettive di carriera.
Presa la faticosa decisione di abbandonare la musica dopo una vita di dedizione al suo strumento, senza lavoro e con le spalle al muro si trasferisce con sua moglie Mika (Hirosue) in campagna, nella prefettura di Yamagata. Un colloquio per un nuovo lavoro da aiutante, per quella che Daigo pensava fosse un'agenzia di viaggi, si traduce in un'offerta per un lavoro da tanatoesteta per un'agenzia funebre. Daigo è riluttante, ma la paga è ottima e vinto l'imbarazzo (e la nausea) iniziale, guidato da un algido veterano del mestiere come Sasaki (uno straordinario, raffinato Yamazaki Tsutomu), comincia a viaggiare per la regione per imparare questo lavoro di "preparazione", del quale scoprirà anche l'aspetto poetico. La moglie non riesce ad accettare che il marito svolga un compito così disgustoso e disonorevole e al suo invito a lasciare il posto Daigo si rifiuterà fermamente, e lei deciderà di andarsene. Ora è solo: sua madre è morta da qualche anno e il padre lo aveva abbandonato quando era bambino. Non è esattamente un momento felice per lui, ma il lavoro lo tiene occupato, e alla fine dell'inverno il ritorno di sua moglie Mika e una serie di eventi aiuteranno Daigo a capire il filo sottile che esiste tra vita e morte e il fatto che quest'ultima è un passaggio e non un approdo. Questa è la chiave del film: la partenza per l'aldilà, e il suo commiato rituale, una consolazione per chi rimane. E soprattutto il filo sottile che tiene legati vita e morte, in un continuo fluire.

Film delicato e intenso, apparentemente "locale" per quello che riguarda i temi trattati -il nokanshi, il rito della deposizione è una tradizione giapponese, un estremo saluto dato con grazia e devozione dai vivi al defunto, attraverso una accurata pulizia del corpo, trucco e vestizione, con una particolare attenzione a non urtare la sensibilità dei presenti- ma che si rivela universale e laico nell'affrontare un tema elementarmente umano come quello della morte in modo così sincero, rassegnato, sereno. Laico perché tale cerimonia, il suo silenzio e la sua ritualità risultano estremamente più comunicativi di una qualsiasi orazione di un qualsiasi ministro di una qualsiasi fede: nel film l'intensità di queste scene (e di molte altre, per la cronaca) è anche merito di talune eccellenti scelte di regia, la bellezza delle location scelte e una buona fotografia. A volte la sceneggiatura propone immagini e dialoghi troppo simbolici e per questo stonati rispetto alla sostanziale armonia della narrazione, e anche la prova attoriale di Motoki talvolta esce dalle righe lasciando qualche perplessità, soprattutto nelle scene meno intense; il protagonista che suona il violoncello in un brullo nulla primaverile tra prato e cielo è un'oscenità degna di uno spot su una emittente locale, e nel finale il film risulta appena un po' melodrammatico. Piccole pecche che in ogni caso non ne compromettono la riuscita: tirate le somme, Departures è un film molto più che gradevole.

 




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