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sabato 14 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA: Alla corte di… “Ofelia Simpson”

Intervista alla doppiatrice Ilaria Stagni

09.04.2010 - Simonetta Caminiti



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Foto di Guido Gambardella

Sembra che Ilaria Stagni sia un soggetto difficile da fotografare: espressioni molto intense e particolari, ma altrettanto evanescenti, un po' "dispettose" verso l'obiettivo di quella fotocamera che vorrebbe carpirle nella piena naturalità.
Dunque, l'indole della prima attrice si percepisce senza sforzo non appena si ha l'occasione di osservarla un po'. E, nel frattempo, fluisce nella conversazione una voce deliziosa, che riconduce i padiglioni di chi ascolta a diecimila personaggi differenti: dalla scimmietta amica del Tarzan Disney all'ultima figliola di casa Forrester in Beautiful.
Ma, a raccontarla così, quasi rischiamo di tralasciare Scarlett Johansson, Natalie Portman, Drew Barrymore, la Kate Winslet di Hamlet e... Bart Simpson!

«Io mi diverto molto a fare le cattive», confida Ilaria in un breve break...

Mi chiedevo se in questo momento tu avessi delle attrici americane soltanto "tue", doppiate in Italia solo da te.
«Sì. Ormai è un po' difficile perché ce le "passiamo" un po'... Le mie storiche sono Scarlett Johansson, Winona Ryder, Drew Barrymore (ma lei la divido con Rossella Acerbo)...»

Una che ti tieni più stretta?
«Scarlett. Certamente lei».

Che effetto ti fa sentire la tua voce che "viene fuori dai corpi di..." adolescenti di ambo i sessi, focose attrici hollywoodiane e... "chi più ne ha..." ? Hai una versatilità fuori dal comune ma è pur sempre la tua voce, no?
«Mi viene naturale. La mia voce si "incolla" su tante persone, però è talento, direi: osservo una faccia e mi viene fuori una voce adatta. È una cosa innata. Io sinceramente non mi piaccio quasi mai quando vado a riascoltarmi! (ride, ndr) Non chiedermi che effetto mi faccia perché sono pochi i film di cui dico: "Mah, questo è venuto bene!"»

...Per esempio?


Foto di Guido Gambardella

«Beh, ce ne sono un po'. (Ride, ndr). Ma sono legata soprattutto a due film. Uno è Pomodori verdi fritti alla fermata del treno. Doppiavo con mia mamma, era la prima volta che ci trovavamo al leggio insieme (ed è una cosa terribile, che sconsiglio di fare... Io pensavo alle sue battute, lei pensava alle mie!)... 
E poi, un altro film che mi è piaciuto molto fare è stato Hamlet. Doppiavo Ofelia, Kate Winslet, che non ho mai più doppiato perché di solito la doppia Chiara (Chiara Colizzi, la voce italiana di Kate Winslet, ndr). In quel film fu molto buffo perché il direttore di doppiaggio, che era Francesco Vairano, mi disse che c'era da fare questo provino, senza darmi tante spiegazioni... Ricordo tra l'altro che ero dal parrucchiere, coi capelli tutti bagnati! Sono andata lì e mi sono trovata davanti alla scena della follia di Ofelia... che non è proprio la cosa più facile da improvvisare. Alla fine hanno tenuto la scena incisa nel provino. Io, che so come funziona sui set perché ho anche una casa di produzione cinematografica, so che ci sono momenti in cui si crea spontaneamente una magia, e questo può succedere anche in sala doppiaggio. Se per esempio film è bellissimo, o magari conosci benissimo l'attrice, o sei in simbiosi col personaggio...».

Il pubblico tende ad amare gli eterni binomi tra volto e voce, più che il cambio repentino dei doppiatori. Giusto?
«Sì, a volte è così, ma la tendenza oggi è più quella di "levarceli", gli attori. Tendenza dei supervisori delle case madri, perché diversamente noi acquisiremmo un potere che loro non vogliono. Se arriva un'attrice per cui "io chiedo TOT" non va bene, perché sono fuori mercato: oltretutto ci sono centinaia di migliaia di persone che andrebbero a farlo gratis, questo lavoro... Io no. Io sono "della vecchia guardia"».

Sì, ricorre molto questa definizione, in sala doppiaggio. Ma cosa vuol dire, qui, "essere della vecchia guardia"?
«Vuol dire avere un'attenzione particolare, rispettare il lavoro ed essere fedeli all'originale senza inventare cose, metterci del tuo ma con ricerca e approfondimento. La nuova generazione è diversa, anche perché non ha tempo (ormai ci sono richiesti ritmi più da alieni che da esseri umani... Se sei veloce ce la fai, ma non puoi approfondire le cose più di tanto). Io ebbi la fortuna di lavorare con dei maestri come Fede Arnaud e Mauro Maldesi (all'epoca facevo Shirley Temple, ero una bambina). Secondo me il doppiaggio sta subendo una curva discendente: lo dico con dolore perché amo questo lavoro, credo che sia svolto da grandi professionisti, ma l'andazzo attuale non mi piace per niente... Ci sono ancora, certo, grandi film per cui c'è più tempo, più voglia, più qualità, ma spesso non è così».

Come attrice sullo schermo che esperienze hai avuto? Dove sei apparsa?
«Ricordo The house of chicken perché il film era mio e ci sono affezionata (lì facevo Rebecca); poi ho fatto qualcosa con Rossella Izzo... Ma ho sempre amato di più "stare dall'altra parte". Scrivere, magari. Da piccola sì, volevo fare l'attrice e prendere l'Oscar! (ride, ndr) Ho fatto anche del teatro... Poi ho avuto un figlio abbastanza presto e ho fatto la mia scelta di vita. Ma soprattutto ho un caratteraccio: non scendo a compromessi, non mi lascio comprare... Il mestiere dell'attore invece richiede molti compromessi. Questa (il doppiaggio) è un'isola felice. Qui vale ancora la meritocrazia piuttosto che il nepotismo o cose del genere».

Eppure se ne dice che è "la casta per eccellenza".
«Non è vero. Il discorso è questo: ci sono tanti figli di professionisti, ma è semplicemente un fatto pratico. Spesso porti in sala tuo figlio piccolo semplicemente perché serve per una piccola parte, e poi da lì, lo fa per gioco e impara come una spugna. Ma ci sono anche degli outsider eccellenti, c'è Roberto Pedicini, Christian Iansante, Francesca Fiorentini: questi hanno cominciato da grandi e vengono da altri ambienti».


Foto di Guido Gambardella

Ci incontrammo nel 2008 e mi parlasti di un documentario sul doppiaggio, che stavi realizzando tu stessa...
«L'ho fatto. Si chiama "L'arte del doppiaggio" ed è un documentario molto bello, che non è in commercio: ho dovuto utilizzare molti film e, per una questione di diritti inerenti a questi film, il documentario non è distribuito in commercio. Ma può essere trasmesso in televisione... perciò speriamo in bene, ci stiamo lavorando. È la storia del doppiaggio italiano, che ha un grosso peso nella nostra società: iniziò con un background fascista, imposto durante la guerra a norma di legge, ma poi è diventato un artigianato ad alti livelli».

"Artigianato", ricordi giustamente come molti colleghi. E "Arte del doppiaggio" (titolo del tuo approfondimento). Nel tuo mestiere in particolare, qual è la linea di demarcazione tra queste due categorie? Chi è un bravo artigiano e chi un vero e proprio artista?
«Ovviamente c'è dell'arte e dell'artigianato. Noi dobbiamo stare molto attenti a non andare fuori da quello che è già stato fatto. La nostra è una mediazione: c'è qualcosa di noi, ma non si può uscire dal seminato. Nel periodo d'oro del doppiaggio (gli anni '40) si inventava molto di più, faceva parte di quell'epoca e della cultura italiana di allora. C'è gente appassionata, più preparata di me su quello che ho fatto (quando incontro queste persone sono davvero impressionata: a volte, spulcio il mio curriculum per trovare delle particine che ho rimosso dalla memoria e che loro invece ricordano bene!), ma posso dirti che c'è stato un unico complimento che mi ha davvero, davvero toccato. Una ragazza non vedente mi ha detto: "Capisci, Ilaria, tu per me sei Winona. Io capisco e seguo le emozioni dell'attrice solo attraverso te". Riuscire a fare arrivare dei sentimenti attraverso la tua voce e basta è arte. Così come quando si affrontano autori come Shakespeare, quando si creano le condizioni per lavorare con più tempo e con direttori molto validi».

 

Ai tempi di un film Disney che doppiasti qualche anno fa, fosti ospite di Canale5 assieme a Remo Girone, che era il "talent" di quel film (Pocahontas). Molto più in generale di così... cosa pensi della tradizione "talent", personaggi dello spettacolo coinvolti nel doppiaggio di un film?
«Mi sta un po' sulle... (ride, ndr) Va bene se è un vero "talent": Mel Gibson o figure di questo genere come succede in America. Da noi arriva il tizio che ha fatto Amici... E qui chiuderei il discorso! (ride ndr)»

Sarà capitato, però, qualche bravo attore del quale hai p ensato: "Dovrebbe fare doppiaggio più spesso, perché sarebbe un doppiatore perfetto" (anche se non è così scontato come sembra)... Del resto avete occasione di lavorare fianco a fianco con attori cinematografici e registi italiani importantissimi...
«Per esempio, Leo Gullotta - se vogliamo considerarlo un "talent" - è molto bravo; ma anche Claudio Bisio. Ce ne sono... In effetti, abbiamo occasione di lavorare con attori e anche registi italiani. I registi italiani non ci amano molto: non capisco perché visto che, spesso e volentieri, salviamo anche i loro film. Invece ho avuto l'onore di lavorare con un grandissimo regista italiano come Sergio Leone, perché doppiai C'era una volta in America: ero molto piccola e facevo Dominique, il bambino che compare sulla locandina. Si lavorava a Cinecittà, e il doppiaggio durò per ben sei mesi! Un'attenzione mostruosa... Quello è stato un pezzo di vita. Quando incontri queste persone magiche, sì che resta qualcosa...In quella occasione c'era davvero un bel cast di doppiatori; poi so che lo ridoppiarono. So che gli eredi di Sergio Leone si arrabbiarono molto, e la copia ridoppiata è stata ritirata dal mercato. E questa è una cosa che mi preme sottoline are: i film secondo me non vanno mai ri-doppiati. Non è vero che è un problema di suono eccetera...Le case madri preferiscono non pagare i soldi per acquisire quella edizione e preferiscono rifare il doppiaggio. Il che è uno scempio».

Quali attrici del passato ti hanno "formata" di più?

«Beh, Audrey! Io sono Audrey! (Audrey Hepburn). Peccato che poi non è proprio così, però mi piacerebbe moltissimo essere come lei (ride, ndr).


Foto di Guido Gambardella
 

Anche Marylin mi incuriosiva moltissimo, perché era fragilissima e fortissima allo stesso tempo, stravagante e molto, molto interessante, come attrice. Poi Katherine Hepburn, le hollywoodiane. Poi mi piaceva molto un'attrice italiana, che era Tina Pika, la spalla di Totò, che aveva un vocione! Noi abbiamo avuto tante brave attrici... Una su tutte Monica Vitti... »

Tra le tue interpretazioni più longeve c'è quella del cult "I Simpson". Sei stata Bart per più di vent'anni! Com'è nata questa esperienza?
«Per venticinque anni! La cosa è nata attraverso dei provini che sono andati in America, e ci ha scelti Matt Groening. Io, proprio per questa capacità camaleontica di cambiare la voce, ho "preso le corde" di Nancy Cartwright (perché Bart è doppiato da una donna anche in America). Le nostre voci sono molto, molto simili, a volte in maniera imbarazzante. E mi ricordo che la prima volta che vidi i Simpson li trovai bruttissimi! (ride, ndr) Erano dei semplici tratti, non erano ancora il cartone animato di oggi: così, tutti gialli! Erano molto più acidi, strani... Degli sgorbi, direi... Ma ci hanno scelti, e noi ci siamo appassionati subito. I personaggi sono cambiati durante gli anni e sono stati anche molto curati. In originale sono anche molto più cattivi... Sai, in Italia, mandandoli in quella fascia oraria, si pone il problema di censurarli».

Coi telefilm invece come te la cavi?
«Preferisco dirigere. Ghost Whisperer sono anni che lo dirigo: ormai, se vedo un fantasma lo prendo a ceffoni! Alcune serie americane mi piacciono... Mi piace Dexter, o Six feet under... Ma è più che curiosità che quello che succede invece col cinema: io preferisco certo il cinema, che dà la possibilità di cambiare sempre ruolo. Il seriale rischia di farti annoiare un po', di legarti troppo a quel personaggio».

Una curiosità che chiedo spesso: cosa pensi dei corsi di formazione per doppiatori? 

«Magari mi sbaglio... Ma non penso che scuole simili possano dare gli strumenti che servano per questo mestiere. Bisogna prepararsi prima, frequentare un'accademia, avere un bagaglio culturale che ti porti dietro e viene fuori al leggio».

Torniamo rapidamente agli altri tuoi progetti . Una casa di produzione cinematografica: di che si tratta?
«È una casa di produzione indipendente, facciamo un po' di tutto: cortometraggi, lungometraggi, clip, pubblicità».

Coinvolgi colleghi doppiatori?
«Sempre. Anche perché sono più bravi di tanti attori. Beh, molti magari no... Perché per il cinema e la televisione devi avere una proprietà e un controllo del tuo corpo molto importanti, e non tutti i doppiatori ce l'hanno. Alcuni invece hanno facce interessantissime e funzionano».

Chi è che ha una faccia interessantissima e una interessantissima voce, per esempio?
«Beh, la persona che ho in mente adesso comincia a lavorare molto bene anche sullo schermo, è un grandissimo doppiatore e un bravissimo attore: Francesco Pannofino. Ci ha messo molti anni, per "uscire", ma siamo a un livello altissimo. E come lui, molti altri. Donne invece no... Ne vengono fuori meno. Ma siamo in Italia: qui se non sei una velina o cose simili... (ride, ndr

Se fosse nata in America, Ilaria Stagni... chi o cosa sarebbe diventata?
«Io avrei voluto fare il produttore. Mi sarebbe piaciuto farlo anche in Italia ma è ancora più difficile, anche perché in Italia vige uno spiccato maschilismo: negli Stati Uniti le maggiori produttrici sono delle donne (Spielberg è prodotto da una donna, per esempio)».

E tuo figlio (sedici anni) sarà un doppiatore?
«Spero di no. Ha imparato il mestiere contro la mia volontà... ed è anche bravo. Ma questo è un per iodo di assestamento della voce, per cui avrà modo di pensarci... Intanto ha anche una grande passione per la musica. Io spero per lui che trovi una sua espressione, e se anche facesse il liutaio per me andrebbe bene! È un attore nato ma non vuole farlo». Ride.

 

 


Ilaria Stagni



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