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giovedì 09 aprile 2020

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Recensione: Io sono l'amore

L’essenza del capitalismo decadente nell’aristocrazia italiana

12.04.2010 - Enrico Rossignoli



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Titolo: Io sono l'amore
Regia: Luca Guadagnino
Cast: Tilda Swinton, Alba Rohrwacher, Edoardo Gabriellini

 

All'arrivo della primavera, germogliano rigogliosi i consueti film di stagione: Appuntamento con l'Amore, Tutto L'Amore del Mondo, La Vita è una Cosa Meravigliosa, Colpo di Fulmine e prossimi arrivi. Puntuali come ogni anno, fioriscono tutti dello stesso colore, forma e odore, all'insegna dei tipici e frizzanti canoni della stagione: seduzione, erotismo, simpatia fine a se stessa. La solita minestra (più volte riscaldata) resa nutriente dalla parola magica "Amore", romantico richiamo verso la quale accorrono orde di spettatori. Una tradizione che alle idi di marzo investe il palinsesto primaverile di un'allergica attitudine alla novità, dal cine-panettone alla cine-colomba pasquale.
Ma attenzione a non confondersi, perché l'eccezione è sempre la benvenuta tra le aspettative disattese.
A comandarle tutte, è stavolta l'opera gioiello di Luca Guadagnino, "Io Sono l'Amore", unica voce fuori dal coro a intonare la melodia più ispirata della stagione.

Una Milano innevata attende l'inizio del nuovo millennio tra le nobili mura di una famiglia aristocratica. Emma (Tilda Swinton) condivide con Tancredi un matrimonio costellato di ipocrisie, falsità e apparenze. Una lussuosa villa in centro è la residenza dei tre figli: Elisabetta, Edoardo e Gianluca. Edoardo, orgoglio della madre, sceglie la carriera della ristorazione affidando il suo futuro nelle mani di un cuoco dalla bassa estrazione sociale. Antonio, lo chef in questione, cambierà l'opinione della famiglia Recchi grazie al suo talento in cucina. Prendendoli per la gola, gli farà assaggiare il lato saporito del buonsenso civico. Un tentativo onorevole quanto disperato per conquistare la loro fiducia.

Luca Guadagnino ha dipinto un ritratto familiare dalle tinte noir-decadenti. Ha scelto di coinvolgere Tilda Swinton (premio Oscar per Michael Clayton nel 2008), curando minuziosamente sceneggiatura e regia affidando ai protagonisti un riflesso simbolico dell'alta borghesia: deliziose convenzioni, sorrisi amari, sguardi sciapi in cerca di conforto.
Nel rappresentare con realismo la cinica dinastia Recchi, ha impiegato sette anni per completare "Io sono l'Amore". Un lavoro reso possibile dalla collaborazione con Marina Puricelli (professoressa alla Bocconi), con la quale il regista ha studiato la trasformazione del costume capitalista negli ultimi 20 anni.
E' di fronte a tale manipolazione che Guadagnino concentra la forza del suo film: la crisi dell'alta borghesia, autoproclamata guida morale; il fallimento del capitalismo ideologico, spesso camuffato da etica familiare; la consacrazione dell'elite milanese, fedele unicamente al proprio tornaconto estetico.
Sfiora il manierismo miserabile di un film senza tema, senza traccia, senza nient'altro che la sua protagonista detestante (e bravissima). E invece c'è un'idea monumentale, rara benedizione di questo cinema italiano, a volte accusato (perché di parte), a volte acclamato (anche senz'arte).
Minuto per minuto, si attraversa l'universo truccato delle classi privilegiate. L'abbagliante bellezza della villa si contrappone alle aride, ipocrite relazioni all'interno di essa. Vicende sovraccariche di consuetudini, mai turbolente, che smentiscono ogni preconcetto sul ruolo critico (schierato) della sceneggiatura, narratrice della storia. Una realtà che trova sintesi in Tilda Swinton, essenza di una dimora dove regna l'assenza di amore, la propaganda delle apparenze, la noia poggiata sulle fredde mura di una casa innevata. E' difatti la Swinton a prendersi carico della sensibilità del racconto, recitando in italiano e mettendosi al servizio dell'opera. Accompagnata dall'ottima Alba Rohrwacher e dal buon Edoardo Gabriellini, delineano il naturale smantellamento dei quotidiani rapporti madre-figli, attualmente ridotti ad una convivenza di circostanza.
"Io Sono L'Amore" sorprende per la sua umanità, per l'analisi sociale con cui raffredda gli animi, per la qualità dei dialoghi, mai prolissi né superflui. Esalta i canoni di eleganza a sacrificio degli affetti; orienta la regia su dettagli significanti al servizio degli attori; scavalca gli stereotipi sfiorando la Madame Bovary di Gustave Flaubert; accenna l'eredità stilistica di Visconti ricordando gli Agnelli; si ispira al "Made in Milan" di Scorsese (1990) pensando ad Armani. Una manciata di guizzi che farebbero urlare al capolavoro, ma trattasi solamente di petardo inesploso. Troppo sofisticato ed intelligente per fare successo.
Applausi ai festival di Toronto, Sundance, Torino, Venezia e al Lincoln Center di New York.

 


Io sono l'amore



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