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sabato 14 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA: Ilaria Latini, “sprincipessa” dalla voce d’oro.

Intervista alla doppiatrice Ilaria Latini

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Foto di Guido Gambardella

«Il nostro è un lavoro buffo, perché spesso siamo contemporaneamente attori e agenti di noi stessi,» racconta Ilaria Latini quando le chiediamo che turni di doppiaggio abbia avuto oggi, nel giorno della nostra conversazione.

Ci spiega come in questo momento si stia dedicando soprattutto a dei magnifici serial americani. Flash Forward, per esempio: il cult sperimentale editato in italiano con soli tre giorni di "differita" rispetto agli Stati Uniti.

Voce dolce e intensa, quella di Ilaria Latini: la voce italiana della (oggi) signora Cruise, ovvero la "Joey Potter" dell'indimenticato manipolo di Capeside e, perché no, della parodia che ne veniva tratteggiata senza pietà in Scary Movie.
Il volto a cui è più legata? Tra quelli doppiati, «Amy Adams. Bravissima. Un'attrice che a mio avviso viene dal teatro... Anche il suo sopracciglio può dirti qualcosa».

Il tepore della primavera cede il passo a un pomeriggio che pare estivo. Non siamo in un villaggio immaginario del Massachusets, ma Roma riserva sempre delle sorprese...



Si parla di "match voice" (attinenza voce originale-voce italiana). Ma qui, almeno per quanto riguarda la "tua" Katie Holmes... c'è anche un po' di "match face"?

«Me lo hanno detto. Me lo dissero proprio quando mi chiamarono per Dawson's creek. Su Katie Holmes non feci il provino, per quella serie; la distribuzione la fece il direttore con i committenti, e quindi mi dissero: "Potresti doppiare una ragazza che peraltro ti ricorda molto". Un complimentone».

E così cominciasti a dar voce al suo bel viso e a tutte le sue proverbiali "smorfie"...

«Lei è molto brava. Devo dire che per me Dawson's creek ha significato davvero tanto. Quando è finito ho versato una lacrimuccia come tutti quelli che l'hanno seguito. E poi lavoravo con bravi colleghi e grandi amici: Nanni, Francesco (Nanni Baldini e Francesco Pezzulli: le voci dei protagonisti "Dawson" e "Pacey", ndr), poi c'era Stefano (Crescentini)... o Antonella Baldini, Barbara De Bortoli... Ma tutti! Tutti amici con cui sono cresciuta, andata in vacanza. Sembrava si fosse ricreato anche un nostro piccolo mondo. Alla fine della serie, ci siamo fatti proiettare l'immagine sullo schermo. Una cosa... toccante».

Padre, sorella, fratello nel mestiere. Quanto è una scelta "di testa" e quanto una scelta "di pancia", diventare un'attrice-doppiatrice?


Foto di Guido Gambardella

«Sono state le due cose insieme. Mio padre mi ha dato l'opportunità di iniziare, ma mi sono trovata addirittura a combattere per farlo: i miei genitori ci tenevano a tenermi nel mio mondo di bambina, col mio tempo libero e miei amici.
«Un giorno stavo facendo un turno di doppiaggio, e lì accanto stavano svolgendo dei provini per delle parti (a tutto tondo) su dei bambini. Lo feci anch'io, e mi trovai a vincerlo, ma mia madre disse che non potevo fare quella parte. Lei voleva tutelarmi, non voleva che iniziassi, che saltassi la scuola e, appunto, che il lavoro finisse col non essere più una scelta. In effetti a me è sempre piaciuto anche studiare: mi iscrissi all'università (Psicologia), mi piaceva l'idea di fare altre cose. Fino a che non mi resi conto... che non avrei mai lasciato il doppiaggio. Che mi apparteneva tantissimo. Mio padre peraltro era già morto, ed io avevo capito che quella era la cosa che mi piaceva di più al mondo: mi completava, mi liberava, mi apparteneva davvero...»

Che rapporto hai maturato col cinema, da spettatrice italiana, facendo questo lavoro?

«Il doppiatore è uno spettatore particolare. Noi ci concentriamo molto sulle parole (pur usando tutto, quando lavoriamo: perché noi usiamo anche il nostro corpo, le nostre espressioni, seguiamo le espressioni degli attori molte volte...). E a volte questo aspetto, negli attori a tutto tondo, può venir fuori un po' piatto: lui sta recitando "completamente", non è concentrato sul sonoro quanto lo è un doppiatore. (Tranne nel caso di alcuni "mostri"molto rari...). Per godermi veramente un film, io, devo proprio aver voglia di concentrarmi sul film e basta. Altrimenti finisco col fare troppa attenzione a questi aspetti e non lasciarmi andare».

Parli perfettamente lo spagnolo, e tuo marito (Diego Suarez Puertas) è in effetti spagnolo. Anche in castigliano c'è una tradizione di doppiaggio antica e importante. Tu che ne pensi? Quali sono le prerogative della nostra, rispetto alla loro?

«Mah, mio marito stesso all'inizio, appena arrivato in Italia, mi parlava del doppiaggio spagnolo. (Tra l'altro era proprio il periodo in cui lavoravo per Dawson). E lui - come anche la sua famiglia - mi diceva: "Noi siamo fra i primi al mondo, in questo campo". E anche in Italia noi sosteniamo questa cosa: che siamo i migliori del mondo. Ma mi rendo conto in effetti (e questo lo conferma lui stesso) proprio osservando cosa succede all'estero, che noi italiani lo facciamo meravigliosamente. Noi curiamo moltissimo una cosa, rispetto agli altri: cerchiamo sempre di regalare spontaneità. La voce non è mai eccessivamente impostata (tranne in rari casi nei quali viene richiesto): da noi si usa molto il "buttato via", il "cogliere i momenti". Il doppiatore spagnolo recita sempre in primo piano ed è sempre impostato. Perciò, se guardi un cartone Disney in spagnolo è bellissimo: quello richiede una recitazione teatrale, per cui è funzionalissimo. Ma nella maggior parte degli altri film...».

 

Cinema senza nazionalità e senza contesto storico. Cinema e basta. Secondo te, qual è il regalo più grande che l'arte cinematografica ha fatto all'uomo?

«Il Sogno. Io ritengo che il sogno sia fondamentale nella vita. Nel momento in cui credi in ciò che desideri, tu lavorerai affinché questa cosa si realizzi. E il cinema ci aiuta nelle visualizzazioni. Il nostro obiettivo dobbiamo "visualizzarlo", qualunque esso sia. Anche l'acquisto... di una casa può essere fatto così: devi "guardare" le tue possibilità, altrimenti brancolerai, non saprai da dove cominciare. Quando hai una idea precisa, prima o poi troverai qualcosa di simile e la riconoscerai. Il cinema (come la fotografia) aiuta proprio in questo. Dà la possibilità di creare nell'uomo delle "immagini nette". Chi di noi, quando si innamora, quando vive un momento fondamentale della vita, non lo trasforma in qualcosa del genere, nella sua mente? Ci si mette addirittura la colonna sonora, lo si colora in tutto e per tutto. E questo ci proviene dal cinema».

Quali sono i film che hanno un po' cambiato la tua vita?

«In assoluto, direi Film Blu, Film Bianco e Film rosso. Invece, tra quelli che ho doppiato... sono molto legata a Come d'incanto (sorride, ndr). Mi ha fatto sorridere dentro. Secondo me nasconde una sottile verità: il fatto che ognuno di noi si costruisce un personaggio che poi piano piano sfalda. È stato la prima vera presa in giro che si è fatta la Disney. Lavorando al doppiaggio di questo film, io dicevo sempre che noi ragazze siamo tutte cresciute con Biancaneve e Cenerentola, la Bella Addormentata... Dovremmo tutte essere belle, benvestite e saper cantare, lavare bene a terra, essere dolcissime. La Disney ha "sprincipessizzato" una principessa: mi ha divertito moltissimo. Beh, poi sono affezionata all'esperienza di Twilight. Il mio personaggio era Alice».
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... Ma è vero che sei anche una cantante?


Foto di Guido Gambardella

«No, non è vero. (Ride, ndr). Chi te lo ha detto? Io canto sotto la doccia. Mi è capitato di fare anche delle serie cantate, ma non sono una professionista. Mio padre era un cantante: cominciò proprio come cantante. Mio fratello è un altro cantante di un certo livello, che ha studiato. Io sono intonata e ho studiato pianoforte da bambina. Tutto qui».

Spesso le vostre battute in italiano le conosciamo tutti a memoria. Per sempre. E qualche volta... le ricordiamo meglio noi spettatori di voi doppiatori. Ma quale frammento, di quale copione al leggio, ti è rimasto dentro e ti viene in mente adesso?

«È decisamente vero quello che dici. Ma guarda, dei miei personaggi è molto difficile che mi rimanga una battuta a memoria: anche perché, se anche quel film che ho fatto io lo guardo varie volte, mi rimane poi il "sapore" di quando l'ho interpretato. Sono più legata a questo che non alle battute del personaggio. Paradossalmente, ho imparato a memoria altri film a cui non ho partecipato. Ma coi miei, le parole rappresentano la visione d'insieme del personaggio, ciò che serve ad interiorizzarlo. Certo che ci sono dei tormentoni tipo "Bond. James Bond", che il doppiatore ricorderà per forza! (Ride, ndr) E magari anche frasi diverse, ma al doppiatore tende a rimanere l'essenza del personaggio, un po' come succede quando fai teatro».

Ti chiedo quel che chiesi già a Stefano Crescentini. C'è "gusto", per un attore adulto, nel doppiare degli adolescenti? Avere una voce che "si incolla", con la sua freschezza, sui sentimenti e le vicende di ragazzi molto più giovani?

«Il doppiaggio ha sempre avuto la tendenza a "piazzare" le voci su personaggi più giovani. Oggi facciamo anche personaggi della nostra età - pur continuando a doppiare i ragazzi - ma nel nostro campo è sempre stato normale dare volti molto più giovani a voci di attori molto più adulti. È pur vero che la tendenza adesso sta diminuendo. Sai, capita che, se c'è un bambino di tre anni sullo schermo, si cerchi un bambino di tre anni in sala doppiaggio... E oltretutto è difficilissimo farlo recitare.
«Oggi c'è un pubblico sempre più informato. Una volta le scelte erano molto più "al buio", scelte artistiche più blindate. Oggi si ha un'attenzione più scrupolosa: proprio riguardo all'età, io feci il provino per Trilly, che piacque molto... Ma alla fine dissero che serviva una ragazza di quell'età, l'età del personaggio. "Ci servono le intenzioni di una diciassettenne-diciottenne", perché tali sono in originale. Se poi funzioniamo, quando veramente funzioniamo, allora può rientrare in gioco questo discorso. Che poi è la stessa cosa che capita sul set».

Metà della tua famiglia è spagnola, dunque. Pensi mai come sarebbe se tu vivessi all'estero?


Foto di Guido Gambardella

«Si presentò questa opportunità. Ma sono molto felice che mio marito sia rimasto qui in Italia con me... Da un lato, è perché sono legatissima ai miei affetti, qui, e alle mie amicizie; del resto so anche che oggigiorno è facile tenersi in contatto pur vivendo lontani. Ci sono moltissimi mezzi. Però io trovo che cambiare Paese sia quasi sempre una via di fuga, e queste cose mi lasciano sempre un po' perplessa. Ho visto andar via persone che si lamentavano del posto in cui vivevano e oggi fanno altrettanto coi luoghi in cui si sono trasferite: le cose da cui scappiamo ci si ripropongono sempre in altre forme. Ovunque tu sia nato... forse non sei nato lì per sbaglio, e, se c'è un problema, forse è lì che va affrontato. Altro è sp ostarsi in un altro Paese per realizzare un sogno, un progetto specifico che solo altrove è possibile».

... Se proprio dovessi andare, a parte naturalmente il lavoro e gli affetti, cosa ti mancherebbe di più della nostra cultura? O magari della tua vita?

«A livello culturale quel poco a cui ci attacchiamo e che prendiamo scioccamente come " falsa identità". Mi mancherebbero i miei piccoli punti fermi, ma se davvero dovessi proprio andarmene, sarei infantile a rimanerci attaccata. "Necessità fa virtù" si dice, no? Quindi se c'è proprio un motivo serio per cui trasferirsi... potrebbe essere che non capiti a caso? Potrebbe essere un'opportunità per crescere?! ...
«Più che tutto il resto mi farei queste domande».

 


Ilaria Latini
Foto di GUIDO GAMBARDELLA.




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