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domenica 15 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA: Carlo Valli.

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Foto di Guido Gambardella

Un percorso fuori dai canoni, quello di Carlo Valli.
Non nasce e non cresce negli studi di sonorizzazione: assaggia con diletto la recitazione a tutta voce durante l'infanzia in radio, a Torino; poi parte per Roma per diplomarsi all'Accademia Silvio D'Amico, e si ferma nella Capitale intraprendendo soprattutto la carriera di doppiatore.

Ruoli da primo attore, performance sempre diverse. Direzione del doppiaggio e adattamento dei dialoghi di innumerevoli film cult (per intenderci, quasi tutti i Disney Pixar arrivati in Italia).
Ma il teatro resta al centro della sua identità e lo impegna in prove sempre strepitose.

Voce tra le più note del cinema in Italia, ecco cosa ci racconta nel servizio esclusivo che gli abbiamo dedicato.

Com'è nato e maturato il tuo rapporto con Robin Williams?

«Il rapporto con Robin Williams "sullo schermo", perché di persona non l'ho mai conosciuto. So che è venuto in Italia, prese parte a una trasmissione di Costanzo, ma non lo sapevo e finii col vederlo da casa.
È un rapporto che comincia con Good morning Vietnam. Più di vent'anni fa; c'era una direttrice molto brava (Fede Arnaud) che doveva occuparsi di questo film, e lavorava per una società di cui facevo parte anch'io. Mi propose di fare il provino per questo film. Dovetti dimettermi dalla società, naturalmente, ma vinsi il provino. Da allora l'ho doppiato quasi sempre io».

Rappresenti un caso un po' raro di attore doppiatore (poi direttore e dialoghista) non romano.


Foto di Guido Gambardella
«Infatti. Io sono di Torino. Cominciai a fare l'attore in radio, a Torino, che ero ancora piccolo (cioè prima degli anni '60). Si faceva tanta radio per i ragazzi, con i ragazzi: e io ero uno di quelli. Amavo fare l'attore: dopo la maturità classica, sono venuto qui a Roma a fare l'Accademia d'arte drammatica ».

Attore, con una formazione che "più d'attore non si può". Ma, se parlassimo di pura vocalità, potremmo osservare come la tua sia una voce originale: forse inconfondibile. In genere, è più un complimento o più un limite, avere "una voce inconfondibile" nel doppiaggio?

«I profani pensano sempre che in questo lavoro basti avere una voce bella. E questo non è vero. La mia è un po' appesantita dall'età, ma da ragazzo era leggera e un po' diversa. Ci sono voci bellissime che non comunicano niente, e voci meno belle che fanno fremere chi ascolta. Ma quello che conta è recitare: impiegarla nella maniera giusta. Cercare di ricreare le emozioni che l'attore in originale ha già dato sul suo pubblico, perché il suo lavoro c'è già, esiste, e va sempre rispettato. La bella voce di un doppiatore può tendere a farti "adagiare" su questo aspetto: molti doppiatori sanno di averla e penalizzano un po' quello che invece dovrebbero fare interpretando. Producono bei suoni, non bei personaggi.

Per un verso, in questo momento, se si parla di doppiaggio ne si parla "male": si sensibilizza il pubblico a recuperare e apprezzare i film in originale come mai prima d'ora. Per altri versi, i festival e gli speciali in tv, si schiudono alla curiosità verso i professionisti più validi. Vi giova o vi nuoce, la visibilità?

«Segue la moda. Ci sono periodi in cui se ne parla di più e periodi in cui non se ne parla. Non so se ci faccia bene o meno. Io sono sicuro che, anche se si diffondono campagne di sensibilizzazione verso i film originali, in Italia non ci abitueremo molto presto. Il doppiaggio è sempre stato utile, e sfido queste grandi major a distribuire film non doppiati, per rendersene conto».

Una delle difese più strenue che fanno i grandi promotori del doppiaggio è che, in fondo, "se non si ha nulla contro la traduzione dei libri, perché prendersela con quella dei film?". Eppure, ci sono delle vie meno invasive per tradurre i film: magari escludendo la sostituzione delle voci. Magari limitandosi al sottotitolo.

«Chi doppia può rovinare un attore quanto un traduttore può rovinare uno scrittore. Ma le responsabilità nel doppiaggio sono in effetti di più persone (non solo chi traduce e/o adatta più l'attore che doppia): ci sono fonici, sincronizzatori, figure di vario genere tutte molto importanti. Questo è vero; è un lavoro d'equipe e il risultato non dipende da una persona soltanto. Sì, è un procedimento più complesso. Ma necessario, soprattutto se lavorano tutte bene».

Quali sono i lavori di cui sei stato più soddisfatto?

«Good morning Vientnam, perché è stato il primo. Devo dire che non ci fanno quasi mai vedere i film, prima di doppiarli, tranne nel caso di film molto importanti. Quella volta lo vidi e mi venne da piangere; pensai: "Devo fare ‘sta roba? E si fidano di me?" . Poi... tutti quelli di Robin Williams che sono arrivati. Sono quelli a cui tengo di più».

Battute che ti hanno "cambiato un po' la vita?"

«Direi di no. (Ride, ndr). A volte vado al cinema e vedo cose molto belle, ma non quelle che faccio io. E niente del genere mi cambia la vita. Non un film, non un libro. È bello, ma finisce lì».

Con chiunque si parli (un medico, un giornalista, un commerciante...), chiunque osserva del proprio lavoro: "Il mio è un lavoro particolare, perché...". Perché il tuo è un lavoro particolare?

«È una specialità del lavoro dell'attore, e questo lo rende già molto particolare. Ci sono tanti accorgimenti tecnici che vanno imparati. Richiede pari sensibilità e pari tecnica: la sensibilità (il lato artistico) è fondamentale ma la tecnica lo è altrettanto. Il lato cruciale è che c'è un sentiero da seguire, ovvero quello che è già stato realizzato da altre persone. Questo è diverso da quando si recita come attori al di fuori del doppiaggio. Ed è un lavoro bellissimo, di responsabilità... Però bisogna sempre tenere presente che non è il lavoro più complicato o più importante del mondo. C'è chi pensa che sia come operare a cuore aperto o cose del genere, il doppiaggio. (Ride, ndr). È un lavoro bellissimo, che altrimenti non farei. Ma in questa valutazione io sono abbastanza "tranquillo", non esagero nel pensare alla mia professione».

Come funziona invece col doppiaggio di film italiani? Hai lavorato con Tornatore per uno dei suoi film più popolari... Ed eri la voce principale del film.

«La leggenda del pianista sull'oceano, sì. Tornatore ha seguito tutto il doppiaggio del film, ma all'epoca si era affidato a Cesare Barbetti. Io avevo già fatto il provino sia per il mio personaggio definitivo che per l'altro protagonista (che poi fu di Popolizio). Ritmi pazzeschi, si lavorò anche fino a mezzanotte. Tornatore è molto, molto severo! »

La scorsa settimana eri alle prese con la direzione di Toy Story 3, e tutti i suoi talent.

«Sì, c'era Riccardo Garrone, Giorgio Faletti, Claudia Gerini, Fabio De Luigi, Gerry Scotti. speriamo sia venuto un bel lavoro. Ma, in genere, "talent" in Italia non significa quello che significa in America. In America c'è l'attore in gamba che si dedica al cartone animato. Qui... quelli bravi sono già stati quasi tutti utilizzati! (Ride, ndr) ».

Passiamo a qualche curiosità sul teatro, dal quale provieni.

«Adesso debutteremo a Verona (al Teatro Romano); poi si arriva al Globe a Roma. La Tempesta, con Albertazzi. Il prossimo inverno sarò al Piccolo, a Milano, con Ronconi. Con Ronconi ho lavorato già diversi anni fa, poi non abbiamo collaborato per trent'anni, e improvvisamente mi ha richiamato nel 2005, per lavorare a "Il Professor Bernhardi", di Schnitzler (straordinario: uno dei più belli a cui abbia mai partecipato) ».

Tra collaborazioni teatrali così importanti, qual è stata la più formativa?

«Più che di collaborazioni, posso parlare dei registi che mi hanno insegnato di più: ci sono stati dei registi che mi hanno davvero aperto un mondo. Ronconi, Cobelli... Ma anche Enrico Maria Salerno (lavorare con lui è stato uno di quei piaceri che nella vita sono sempre troppo pochi!). Ronconi, Cobelli - anche lui straordinario - è uno di quelli con cui ho lavorato meglio. Andavo alle prove... felice di andare alle prove».

La fisicità a teatro è fondamentale e richiede molto studio. Nel doppiaggio "scompare" per acquisire quella di qualcun altro, in qualche modo. Ma cosa ti resta dei retaggi teatrali, quando sei al buio della sala doppiaggio?

«La fisicità al doppiatore probabilmente non serve. La prima cosa che osservi è che l'attore di teatro al leggio continua a recitare da attore di teatro, soprattutto nel movimento. Chi fa solo doppiaggio lo distingui immediatamente anche dall'immobilità! Immobilità che spesso poi pervade anche la voce...»


Foto di Guido Gambardella
Caratteri dei più svariati, a teatro: personaggi dei più svariati, e primi attori popolarissimi, al leggio. Il camaleontismo richiesto al doppiatore è anche superiore a quello che si chiede agli attori a tutto tondo. Quanto aiuta il teatro rispetto a formazioni diverse?

«Direi che una cosa è utile all'altra e viceversa. L'utilizzo della voce che si fa doppiando è utile al teatro, perché no. E tanto è vero che queste attività si influenzano a vicenda, che quando torno da qualche tournée di teatro, e ricomincio a doppiare, mi sento dire: "Abbassa! Stai strillando troppo!" (Ride, ndr). Mi resta la tendenza di far arrivare la mia voce fino all'ultimo posto in galleria».

Dal punto di vista del pubblico, il teatro è sempre stato molto selettivo, e ha vissuto tempi più difficili (da sempre) rispetto ai mezzi di comunicazione di massa. Che presente sta vivendo, secondo te?

«Intanto è un ambiente non raggiungibile quanto la televisione, per cui richiede una motivazione maggiore, da parte del pubblico. Ma anche i contenuti sono meno fruibili delle "barzellette" che passano in tv. Fumare la pipa, o fumare la sigaretta: sono mezzi confrontabili allo stesso modo. Certo che vale un po' il discorso dei "talent": basta la popolarità e, spesso, si arriva prima di chi è si formato per far teatro».

Hai partecipato a molte riduzioni teatrali di opere letterarie. Che rapporto hai con la letteratura, e coi classici in particolare?

«Un ottimo rapporto, direi. Amo assolutamente i classici; ma sono molto curioso anche verso i contemporanei».

Carlo Valli: più doppiatore o più attore?

«Me lo chiedono. Me lo chiedono spesso. Sono due cose talmente diverse... Io mi sento attore. Sono due specialità dello stesso mestiere: nel teatro c'è un impegno fisico che nel doppiaggio non c'è; nel doppiaggio c'è la possibilità di "rifare", riprovare ciò che non è venuto bene, eccetera. Alla fine, quando doppi un film, il risultato è il meglio di quello che hai fatto. A teatro sai e senti che, dall'apertura alla chiusura del sipario, quello che stai facendo è decisivo. Puoi rifarlo la sera successiva, sì. Ma con un altro pubblico».


Carlo Valli per Mp News
Foto dei GUIDO GAMBARDELLA.


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