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sabato 14 dicembre 2019

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DoppiaTraccia: Le contaminazioni creative

Il doppiaggio come problema linguistico. I convegni di Roma Tre. Intervista alla Professoressa Marinella Rocca Longo.

26.06.2010 - Simonetta Caminiti



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Foto di Guido Gambardella

È il terzo anno consecutivo, per l'Università Roma Tre (Facoltà di Lingue e culture straniere), in cui il "Il doppiaggio fa la pace con gli accademici". 

In collaborazione con il Gran Premio Internazionale del doppiaggio (La Notte delle voci, quest'anno slittata al mese di ottobre con la promessa di una risonanza tutta nuova), e all'interno di un approfondimento sul tema dell'Identità: il convegno sul doppiaggio è organizzato dalla Professoressa Marinella Rocca Longo, titolare della cattedra di Lingua e traduzione/lingua inglese, e dalla Professoressa Franca Orletti, docente di sociolinguistica. Gli ospiti di quest'anno, il direttore Filippo Ottoni, la doppiatrice e direttrice Fiamma Izzo, il celebre doppiatore Francesco Pezzulli, e infine Pino Insegno.

A volerlo trattare come delicato problema linguistico, prerogativa di un Paese pigro e coccolato dalle sue "lobby artigianali", il mondo del doppiaggio richiede delle considerazioni a quattr'occhi con chi la lingua la considera argomento di ricerca, istituzione, materia viva e identitaria.

Ecco la nostra intervista alla Professoressa Rocca Longo, che ci spiega i retroscena del Convegno sul doppiaggio italiano, svoltosi presso l'Ateneo di Roma Tre il 12 maggio scorso.

Trova plausibile l'idea della lentezza degli italiani a "carburare", con le lingue straniere, a causa del doppiaggio?
«Le considero delle sciocchezze. Io voglio mettere in risalto la grande professionalità dei nostri doppiatori e dell'industria del doppiaggio. Questo è il punto dal quale partire. Il doppiaggio aiuta la comprensione del film. Coloro che metterebbero al bando il doppiaggio partono dall'idea - assolutamente sbagliata - che tutto il pubblico sia in grado di capire il film in originale. Apprezzare un linguaggio sconosciuto. Sarà possibile, più o meno, per l'inglese; ma quando arrivano film orientali, io stessa che conosco quattro lingue, non sono in grado di seguire una parola.
«Quanto al sottotitolo, richiede una lettura veloce, anch'essa difficile per i più. Spesso sono traduzioni piatte, sciatte, concentrate e sacrificate. E spesso per leggere i sottotitoli ci si perdono elementi preziosissimi dell'immagine.
Detto questo, ci sono parti di film che, per costituzione, richiedono traduzioni molto particolari, che là per là lasciano perplessi. Di recente ho visto un meraviglioso film (Il Concerto), dove la scelta traduttiva mi ha stupita un po', per via degli accenti dei personaggi: i russi parlavano in italiano con l'inflessione russa. Poi mi sono resa conto che era necessario per marcare il contesto nel quale i personaggi si trovavano, in quanto metà del film si svolge a Parigi. È stato fatto con una tale leggerezza che comunque si tendeva ad abituarsi, non dava più fastidio. Non dimentichiamo che il doppiaggio è una convenzione: lo stesso meccanismo per cui a teatro devi accettare che una storia di vent'anni si svolga in pochissime ore».


Il doppiaggio ha cambiato la nostra lingua?
«Questo sì. Ci sono espressioni che non useremmo mai, se non fosse per il doppiaggio. Questo fa parte delle contaminazioni creative. Così come la televisione ha modificato e uniformato la nostra lingua, così il doppiaggio amplia i nostri orizzonti.

Il doppiatore e il traduttore devono "sparire", dal testo e dall'azione del film. Sembra - sembrerebbe - un'esortazione a resettare la propria fantasia...
« Il doppiatore e il traduttore spariscono proprio se hanno fantasia. La traduzione non è dire la stessa cosa, non è neanche dire quasi la stessa cosa: è piuttosto creare lo stesso effetto creato dall'originale sul suo pubblico. Per cui, ci sono considerazioni non solo linguistiche, ma anche culturali e psicologiche per cui il doppiatore e il traduttore, tanto quanto un attore o un musicista, devono interpretare i testi. Un musicista può dover interpretare i segni di un compositore sordo...»

Lei ha un rapporto molto felice col teatro. È una dimensione che avvicina alle traduzioni per il doppiaggio, quella teatrale?
«Io ho un rapporto più felice soprattutto col teatro inglese. Ma gli attori italiani, quando sono bravi, voglio sentirli recitare nella loro lingua. Perché no? Chi ha detto che i testi di teatro non si traducono? Altro è il musical. Il linguaggio delle canzoni io lo trovo intraducibile perché ha delle regole precise, una conformità a suoni al di là dell'aspetto linguistico».

Il passaggio da una dimensione all'altra, per un testo (un libro che diventa un film è l'esempio più banale) si definisce "riduzione". Per noi è una "traduzione intersemiotica". Anche il passaggio da una lingua all'altra è una "riduzione"?
«La traduzione tende a spiegare, perciò abbassa per forza un po' il livello del testo. Soprattutto nelle situazioni comiche, nelle quali la spiegazione diventa un paradosso. Una scelta traduttiva può sì "raffinare" il testo, ma sono condizioni molto rare. Meno raro è quando la recitazione del doppiatore perfeziona quella dell'attore originale. In Italia abbiamo attori meno bravi dei doppiatori».

Una conclusione pronta all'uso, un riepilogo sul doppiaggio come intralcio per chi aspira ad apprendere le lingue?
«Vedere i film in originale per chi conosce già la lingua è utilissimo. Vedere un film doppiato non impedisce a nessuno di impararla. E comunque, oggi i dvd danno la possibilità di scegliere, quindi è un falso problema».

 

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