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sabato 14 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA: Missione Doppio Attore.

13.07.2010 - Simonetta Caminiti



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Qualcuno ne parla come di "emulazione a regola d'arte", e qualcun altro come di un "artigianato creativo, nel quale è lecito, se non doveroso, aggiungere del proprio". Molti altri invece continuano a considerarlo un sottobosco del cinema e del teatro.
Il doppiaggio è una tradizione prevalentemente europea, nella quale la scuola italiana emerge per la longevità, per il background di linguisti e attori da cui ha preso corpo, per l'annessa resistenza agli audiovisivi in lingua originale (Madame Warner Bros si è impegnata solo di recente in una campagna di sensibilizzazione al concetto per cui, da slogan, "Un film tradotto non è più lo stesso. Godetevi la versione originale").
Quella del doppiatore - seguendo una pratica imposta in Italia dal fascismo, ma evoluta in attività popolare nel mondo - è una figura sottovalutata, che resta nella semi-oscurità conscia di non poter sovrastare, con la propria personalità, con la notorietà, persino con l'eventuale telegenia, i personaggi ai quali cede in affitto il suo educatissimo "sonoro".
Il caso Luca Ward, uscito maturo e apprezzato dal bozzolo degli studi di sonorizzazione, è un fenomeno pressoché isolato: accompagnato solo, da qualche tempo, dai nomi di Francesco Pannofino, o della giovane Myriam Catania (di recente nelle sale con Tutto l'amore del mondo).
Ma il web pullula di appassionati come accade a pochi altri settori del nostro Paese e, nel frattempo, le sale doppiaggio si affollano di aspiranti professionisti.


Foto di Massimo Ferrari

Quale sarà la formazione più auspicabile per questa "terza categoria" degli attori italiani?
Chi si specializza nelle tecniche del doppiaggio sa bene che il suo compito è "penetrare perfettamente nella mimica, nelle sospensioni, nei giochi nervosi spesso impercettibili" previsti da una sceneggiatura già messa in azione, e in altra lingua. Aggiungiamo una dizione perfetta e una dose della esperienza che serve, perché no, a "modificare per non tradire" quel prezioso Original Movie che la Warner considera "specie protetta". E a ragione.
Sono queste le qualità richieste al doppiatore, e questi sarebbero gli obiettivi di corsi di formazione che stanno proliferando di città in città in Italia, tenuti in qualche caso da noti professionisti. Scuole talora dispendiose che fruttano, ai talentuosi o ai fortunati, la possibilità di assistere a qualche "turno di doppiaggio": o addirittura di sottoporsi a un provino.
Ci spiega Cristina Boraschi (classe 1955 e voce di Julia Roberts, Meg Ryan, Sandra Bullock, Julienne Moore, Calista Flockart): «Non si può insegnare o imparare solo a doppiare. Occorre una preparazione completa; puoi imbatterti in un caso di grande talento, certo, ma la maggior parte degli aspiranti attori è "improbabile" senza una educazione adeguata. È un mestiere duro con le sue tecniche: io dico sempre che le prime volte è come guidare la macchina: sali e pensi a come farai a mettere la marcia, schiacciare la frizione, mettere la freccia... tutto insieme. Un giorno lo farai spontaneamente magari fumando, cantando eccetera. Così è il mio lavoro, e all'inizio devi imparare molta tecnica. Abbiamo file di aspiranti doppiatori che sottovalutano la capacità di recitare: non è per cattiveria che si escludono molte di queste persone, ma non c'è certo il tempo di seguirle una per una...» .
Cristina Boraschi, inoltre, si considera la prova vivente che la tenacia e le capacità paghino anche senza un parentado radicato nel mestiere. Se lo dice Julia Roberts...


Foto di Massimo Ferrari

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