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martedì 26 maggio 2020

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Recensione: L'ultimo dominatore dell'aria

24.09.2010 - Pietro Salvatori



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Titolo: L'ultimo dominatore dell'aria
Regia: M. Night Shyamalan
Cast: Dev Patel, Jackson Rathbone, Nicola Peltz, Noah Ringer, Jessica Andres, Aasif Mandvi, Shaun Toub, Cliff Curtis
Voto: 40/100

 

L'ultimo dominatore dell'aria non è un film di Shyamalan. O meglio, non è un film per come lo ci si può immaginare. Targato Paramount, in uscita a fine settembre, firmato da un regista sofisticato. Ebbene, andate al cinema, e vi troverete un prodotto buono per una sonnacchiosa serata di mezz'estate. O per lo meno, questo se siete uno spettatore del Vecchio continente. Si parla di regni dell'acqua e del fuoco, di soldati con occhi a mandorla, monasteri, monaci, meditazioni, dragoni e piccoli budda con poteri da supereroi. Una sorta di Dragon ball appena appena dotato di contenuto, la trama scritta alla stregua di cartone animato. Tanto che la si può riassumere in poche parole. L'ultimo dominatore dell'aria è "l'Avatar", l'elemento stabilizzatore di un mondo nel quale le quattro nazioni, acqua, aria, terra e fuoco, vivono nel caos e nella guerra perenne. Attraverso bizzarre evoluzioni del corpo, il piccolo Avatar evoca e controlla i quattro elementi, riportando la pace sul continente. L'ultimo dominatore dell'aria è un film senza né capo né coda. Nel senso letterale del termine, tra l'altro, perché il finale costruito è completamente aperto, segnando i palesi prodromi per un sequel che, azzardiamo, non arriverà mai. Shyamalan si presta - e i motivi sono ancora oscuri - ad una maldestra riduzione per il pubblico occidentale di una storia pensata, nata e cresciuta dalle parti di Tokyo. Che nella sua trasposizione non riesce ad assimilare i tratti delle pellicole nostrane, senza peraltro abbandonare quella smaccata caratterizzazione da manga orientale (da uno dei quali è d'altra parte tratto) che lo rende poco appetibile al pubblico nostrano. Ne esce fuori un pasticciaccio brutto, che non appassiona, approssimativo com'è nel procedere a sbalzi quasi fosse un brutto cartoons delle quattro del pomeriggio.
Pressoché inutile anche il 3D, tecnologia usata per l'ennesima volta come specchietto per le allodole (e latore di più rotondi incassi).
Unica nota positiva, la bella colonna sonora di Howard. Poco, troppo poco. Faremo finta, dopo E venne il giorno, di star aspettando ancora il prossimo film di Shyamalan.

 

 

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