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giovedì 05 dicembre 2019

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Incontro con Jim Loach

A presentare Oranges and Sushine, anche la sceneggiatrice Rona Munro e l’interprete della protagonista Emily Watson.

31.10.2010 - Simonetta Caminiti



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Foto di Paolo Manzini

Al tavolo della conferenza sono oggi: il regista Jim Loach (figlio del più noto cineasta Ken Loach), la sceneggiatrice Rona Munro e l’interprete della protagonista Emily Watson.

La ricostruzione di una verità storica, drammatica e scomoda, quella di Oranges and Sushine: un titolo che sta per “le arance e il sole d’Australia”, terra verso la quale immigravano dei fanciulli (tra gli anni ’20 e gli anni ’50) poi reclusi nel convento di Bindun e sottoposti a ogni genere di vessazione e di abuso.

Quanta realtà c’è, in questa sceneggiatura? “Gli eventi,” spiega il regista Jim Loach, “sono stati compressi. Abbiamo sovrapposto alcune delle situazioni raccontate, ma la verità delle emozioni, e tutto l’apparato giuridico, rientrano nella realtà dei fatti: tutto può essere verificato”.

Jim Loach confessa che l’influenza paterna – la vocazione a trattare argomenti di tale particolarità e interesse politico – è stata molto presente, e che terrebbe moltissimo a un’opinione di suo padre su questo film. L’attrice Emily Watson, che proprio durante le riprese del film ha perso sua madre, soggiunge: “Il padre di Jim è stato centrale in questo film, perché… qualunque relazione coi nostri genitori si riflette nelle cose che scegliamo di fare. È centrale nella nostra vita”.


Foto di Paolo Manzini

Quello della Watson è il personaggio di Margaret, una delle vittime di questo caso storico che coinvolse il Regno Unito e l’Australia, e che non è stato ufficialmente riconosciuto da questi Stati fino al 1987.

“Inizialmente,” spiegano Loach e Munro “il progetto era realizzare un documentario. Poi abbiamo capito che un taglio drammatico avrebbe sondato le cose con più efficacia”.

Jim Loach racconta di esser stato “abbastanza fortunato a ereditare da mio padre una mente curiosa: situazioni, dilemmi, storie tragiche e piene di conflitti… Questo l’ho imparato crescendo. Io mi auguro davvero che questo film getti luce su una storia che per troppo tempo è stata tenuta nascosta. La protagonista Margaret, la vera Margaret, ci ha aiutati moltissimo e continua imperterrita nel suo impegno per far conoscere la verità”.

Una verità che, come spiega Watson, “l’ha circondata del dolore di gente come lei. I medici l’hanno trovata in preda a un terribile stress post-traumatico, nella fase di ricostruzione dei fatti”.

Ma perché mai questa terribile emigrazione? Questa “deportazione” e “detenzione” nel vero senso del termine? “C’era un ritorno economico,” indugia Watson. E “le ragazze madri,” interviene Loach, “a quell’epoca erano malgiudicate, emarginate, condannate. Erano costrette ad abbandonare i propri figli. Il Regno Unito ha trovato molto più semplice favorire l’emigrazione di questi minorenni. Persone che non sarebbero state in grado di parlare. Ma, ricordiamolo, questi genitori amorali o disinformati spesso agirono per pura ingenuità: convinti di dare ai loro figli un futuro migliore di quello che avrebbero potuto offrirgli loro stessi.”

Chiedere scusa – secondo la Watson – non basterà certo a cancellare l’orrore di tutte quelle fragili vite umane. 

 

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