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venerdì 25 settembre 2020

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  • Cinema e Teatro

Matthew Reeves presenta "Let me in"

SE IL TUO FAN NUMERO UNO SI CHIAMA STEPHEN KING

01.11.2010 - Giulia Pietrozzini



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Foto di Paolo Manzini

“Il film di Matthew Reeves è un trionfo di genere. Non solo un film horror, ma il miglior horror americano degli ultimi vent’anni. Che siate adulti o ragazzini, ne sarete sopraffatti. Correte a vederlo ora e dopo mi ringrazierete”. Queste parole sono di Stephen King. Lo stesso King di cui Matt Reeves, il regista di Let me in, è fan sfegatato. Sono belle soddisfazioni, per uno che ha messo il naso nel genere horror appena due anni fa con Cloverfield – monster movie che decapita la statua della Libertà - . Con affabilità Reeves racconta ai giornalisti di essersi innamorato dello svedese Let the right one in, visto due volte prima di iniziare a girarne il remake e poi chiuso in un cassetto, e di aver impedito anche al cast e alla crew di vederlo affinché  fosse una versione personale la loro. La Hammer – la leggendaria casa cinematografica fondata nel 1934, che torna dopo trent’anni d’assenza – aveva guardato con interesse già nel 2007 all’omonimo libro di John Ajvide Lindqvist, da cui è tratto Let me in. Dopo la visione del film la Hammer ha fatto in modo da aggiudicarsi per prima i diritti, con la certezza che fosse una di quelle storie da proporre a una fetta di pubblico più ampia possibile. Reeves spiega come mai si è avvicinato a un progetto ambizioso come quello di un remake di un film bello, al quale sarebbe stato difficile aggiungere qualcosa e facile togliere più di qualcosa. La Overture ha bussato alla sua porta per proporgli la regia di Let me in proprio mentre lui accantonava momentaneamente – a causa del momento critico del mercato – un progetto chiamato The invisible woman, che avrebbe dovuto avere Naomi Watts come protagonista. La visione del film e la lettura del libro hanno convinto totalmente il regista a cimentarsi. I produttori volevano portare l’intera vicenda in America però, certi del fatto che ben pochi statunitensi avrebbero visto un film svedese sottotitolato.   Per l’ambientazione della storia dell’amicizia tra i dodicenni Owen e Abby, Reeves dapprincipio aveva pensato al Colorado. Poi però gli hanno consigliato il deserto del New Mexico. Vincendo le perplessità iniziali (il deserto?) ha trovato nelle innevate atmosfere del deserto ad alta quota de Los Alamos, il set perfetto. Il pregio sta nel fatto che il regista e il direttore della fotografia (Greig Fraser) hanno cercato un compromesso tra le atmosfere cupe e lugubri (non solo dei paesaggi ma anche evocate dagli stati d’animo dei protagonisti) e la delicatezza e la fragilità dovute all’età dei personaggi principali e ai sentimenti che sbocciano tra di loro. Nella parte iniziale il film insiste più d’una volta sulla figura di Ronald Reagan (si vede in televisione mentre tiene un discorso, nelle scene all’ospedale), perché a Reeves piaceva l’idea di usare un personaggio che venisse direttamente dai ricordi della sua infanzia e avere la possibilità di contestualizzarlo al racconto. Il famoso discorso di Reagan sul bene e il male viene usato nel film  per spiegare l’impossibilità di distinguere il bene dal male. C’è un ragazzino vittima di bullismo e ossessionato dalla violenza (nel libro dai serial killer). Come si sarebbe sentito un ragazzino come lui, con le sue fisse e le sue caratteristiche, dopo aver ascoltato un monologo del genere? Probabilmente si sarebbe sentito parte del male. Una delle scene più suggestive del film è quella in cui Richard Jenkins (il compagno/padre sottomesso ad Abby) viene schiacciato dalla macchina in  seguito ad un incidente avvenuto per procurare sangue fresco ad Abby. Proviamo quasi tenerezza per Jenkins, ci ritroviamo a fare il tifo per lui, un assassino, un serial killer che formula il delitto perfetto ma che dopo la prima volta in cui tutto fila liscio, nelle successive di perfetto c’è ben poco. Questo perché le emozioni in questa pellicola hanno un ruolo predominante. Anche la decisione di aver tagliato la scena in cui Abby racconta il suo passato deriva da questo: la scena era interessante ma emotivamente non funzionava. Emozioni come il terrore e l’orrore: la paura cosciente e costante che Owen possa essere malmenato e schernito da un momento all’altro dai suoi compagni di scuola, ancor di più dell’orrore per la natura si Abby.       

 


Red carpet: "Let me in"
Foto di PAOLO MANZINI


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