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martedì 26 maggio 2020

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Recensione: Il Padre e lo Straniero di Ricky Tognazzi

L’oasi di salvezza del cinema italiano

02.11.2010 - Enrico Rossignoli



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Nel Festival di Roma che consacra il contributo cinematografico di Ugo Tognazzi, uno dei rari bagliori lo produce il figlio Ricky, attore, produttore e quando è in forma anche regista. A splendere è la sua ultima fatica, “Il Padre e lo Straniero”, probabilmente l’unica della sua carriera dopo anni di (mala-)fiction e vaghi intrattenimenti. A fare eccezione è sicuramente “Canone Inverso”, la prova dalla quale ha imparato a prendere la mira, tendere l’arco e dosare il colpo per centrare l’obiettivo. Realizza il suo miglior film in assoluto: denso nel racconto; emozionante nello svolgimento; commovente nell’epilogo. Una perla di umiltà che potrebbe insegnar molto alle produzioni nostrane, troppo piegate allo spirito ipocrita della televisione, troppo affamate per vedere l’anima di un progetto degno d’esportazione. Quella di Tognazzi Jr. è una lezione di stile, dimostrazione che  qualità artistica e incassi al botteghino si possono conciliare con poco. Ma il merito non è solo suo.

Si comincia prevenuti. La consueta famiglia in difficoltà economiche è divisa tra sofferenza per il figlio disabile e incomprensioni di coppia. Mentre la moglie si inchina devota al suo ruolo di madre (la sorprendente Ksenia Rappoport), si paralizza l’amore paterno al marito (Alessandro Gassmann). Lei lo rimprovera di coprirsi il viso in pubblico mentre spinge la carrozzella del figlio, lui preferisce il silenzio rispondendo con sguardi rassegnati. Compare dal nulla un premuroso siriano, anch’egli genitore di un figlio deforme dalla nascita. I due confesseranno reciproche insicurezze paterne, instaurando un legame profondo e sincero. Diventeranno amici. Tra le pieghe della storia spuntano rischiosi misteri: complotti mediorientali; servizi segreti italiani in cerca di “equilibri”; l’amico siriano che tutti vogliono e a cui tutto si ricollega.  Elementi da spionaggio che ben creano tensione, per nulla ingombranti nonostante il film cambi frettolosamente genere una scena dopo l’altra. 

L’applauso più convinto al lungometraggio italiano del Festival di Roma lo meriterebbe “Il Padre e lo Straniero”. Una parte di esso dovrebbe essere dedicato ad un cast che supera se stesso in ogni scena: un Gassmann dai silenzi eloquenti (sentitamente toccato dal proprio ruolo); una pungente Rappoport che trasforma i difetti di pronuncia in pregi interpretativi; un Amr Waked che conferisce fascino e spessore al racconto. Altra parte dell’applauso andrebbe alla narrazione curata dallo stesso scrittore. Composta a 4 mani insieme al regista Tognazzi, è stata fedelmente trasposta ricreando l’anima trasmessa dalle pagine del libro. Un lavoro eccezionale considerando le numerose tematiche affrontate: amicizia oltre la diversità; delicate relazioni familiari intorno all’handicap di un figlio;  riscoperta dei valori paterni. Il cerchio si chiude lasciando agli scettici le critiche infondate, senza pretese né moralismi. L’oasi del cinema italiano: saper mostrare un progetto dall’anima sincera. Un esempio seguito da pochi, un’utopia per molti.

 

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