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sabato 04 aprile 2020

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Massimo Natale presenta "L'Estate di Martino"

Sognare non vuol dire dimenticare

03.11.2010 - Giulia Pietrozzini



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Il regista de L’estate di Martino, Massimo Natale, ha esordito 10 anni fa come regista teatrale. Poi l’incontro con l’Intelfilm Mario Mazzarotto e il primo cortometraggio, Amiche, passato per i nastri d’argento. Il soggetto e la sceneggiatura del primo lungometraggio di Natale sono di Giorgio Fabbri. Nei titoli di coda c’è la frase “Sognare non vuol dire dimenticare”. Il film coniuga attraverso la sensibilità di un ragazzino un po’ particolare, diverso, profondo, le atmosfere di un periodo storico forte –come forte è il finale- e un racconto fiabesco. Natale nel 1980, l’estate in cui si svolge la vicenda di Martino e l’estate del bagno di sangue di Ustica e Bologna, aveva diciotto anni e fece la maturità. “Gli appena maggiorenni di allora hanno incontrato subito la vita vera”, dice il regista. “Abbiamo deciso di legare questi eventi con la favola del principe Dragut perché volevo che si recuperasse la voglia di sognare, che è molto importante. Si può essere contenti e cercare di andare avanti pur non dimenticando”. “L’idea di contattare Treat Williams per il ruolo del capitano americano” continua  “è stata mia. Abbiamo cercato però di distaccarci dallo stereotipo, per non fare Un mercoledì da Leoni dei poveri. Williams è innanzitutto un innamoramento personale, dai tempi di Air. A me non serviva mettere in scena Rambo, avevo bisogno di un uomo con un passato particolare e lui era la faccia giusta. Solo che Treat aveva imparato da Caprioli (Vittorio, il regista che lo diresse ne La stangata napoletana, ndr) il napoletano e non l’italiano. E’ stato difficile togliere l’accento”. Massimo, che  ha respirato aria di cinema sin da piccolo – il padre era il famoso critico cinematografico Mario Natale – ammette che questo abbia influito nelle sue scelte lavorative. “Questo è un mestiere che si fa molto rubando, per fortuna”, commenta. Alla domanda “dato che è un’opera prima, ha intenzione di continuare, altri progetti in ballo?”, risponde così: “Sicuramente è un inizio, spero di non aver fatto due film in uno -il primo e l’ultimo” e continua parlando dei produttori: “i produttori sono l’anima fondamentale del nostro cinema perché uno può avere idee fenomenali ma valgono poco se non c’è qualcuno che crede in te. Una specie da proteggere, come i panda”. “Un paio di progetti ci sono, se dopo la proiezione di domani non ci picchiano mi incateno fuori Rai cinema”, conclude ironicamente. Ed è il turno dei ragazzi: Luigi Ciardo, il ragazzino che interpreta Martino, si dice felice e soddisfatto di aver partecipato a questo progetto. Matilde Maggio (che ora sta girando Manuale d’amore 3 e ha fatto una piccola parte in Vallanzaska) dice che la cosa più bella è stata proprio innamorarsi di Martino nel film, un mondo a parte, un ragazzo particolare, come, dice è lo stesso Ciardo. Per Pietro Masotti, che interpreta Massimo, il fratello di Martino, la cosa interessante del rapporto tra i due è la violenza, una violenza premurosa volendo, che quando non ci sono altri modi di comunicare rimane la sola via. La mamma, Silvia Delfino, è un’assenza molto presente. L’aspetto poetico del film. Per l’attrice è stato abbastanza difficile perché è al suo esordio cinematografico, viene da vent’anni di teatro. Un esempio materno così bello, contrapposto a un padre padrone che Martino non ama e non rispetta fa sorgere una domanda: i padri e le madri si scelgono (in riferimento al rapporto che si instaura tra Martino e il capitano americano)? E’ la biologia a fare la paternità, o magari passa anche, perché no, per il surf? Secondo Natale non è la biologia a fare la genitorialità, anche se nel suo caso è stato proprio il suo padre biologico ad essere preso ad esempio. Bisogna andare d’accordo con i genitori ma non sempre si riesce Ed è normale, in questo caso, andare a cercare in altri quello che non si trova. Il padre di Martino tramite poche immagini e frasi riesce a far capire allo spettatore da cosa scappa Martino. Ultima osservazione: le immagini finali non rendono il film troppo tragico? Lo vedranno i bambini, d’altronde. Nel film però c’è solo l’esplosione del mare, Bologna non esplode. Matilde nel film esce sana e salva dalla stazione, che non salta in aria. Natale non ha voluto fare un finale troppo positivo. E’ una favola ma è ambientata nel mondo vero. L’esplosione, scioccante, tragica, si riallaccia però alla favola di Dragut: come se il sacrificio di uno possa salvare tutti.       

 

 

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