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giovedì 05 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA “Speciale”: Facce da Boris, Voci da Hollywood. Francesco Pannofino.

«Devo dire che questo è un momento di grande esposizione visiva. Fiction della risonanza dei Cesaroni, pubblicità, film in testa alle classifiche (tipo Maschi contro Femmine). Ma essere riconosciuto e ringraziato per Boris è la cosa che mi rende più

27.11.2010 - Simonetta Caminiti



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Foto di Guido Gambardella

 

Quando si dice volto-voce, nella storia del doppiaggio, si rammenta un'antica diatriba. I registi italiani, che hanno fatto la storia del cinema, adoravano "impiantare" nei volti degli attori (bellissimi, italianissimi) le voci dei doppiatori. La ricerca di un connubio perfetto.

Se si dice volto-voce... con Francesco Pannofino, si imprime una bella svolta nel lessico del "doppiaggese". Voce del mitico Forrest Gump (non Tom Hanks, attenzione: "Forrest, Forrest Gump"); voce di Clooney, voce di Denzel Washington, Francesco Pannofino è anche un volto sempre più noto agli spettatori. Ha partecipato a film quali Lezioni di cioccolato, Questa notte è ancora nostra, Diverso da chi?, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, ed è coprotoganista di uno spot-tormentone. Un attore a tutto tondo, sempre più osservato e apprezzato.

A breve, sarà sul grande schermo per la versione cinematografica del serial Boris (Fox Italia), commistione di satira e meta-televisione di rara intelligenza.


«
Devo dire che questo è un momento di grande esposizione visiva. Fiction della risonanza dei Cesaroni, pubblicità, film in testa alle classifiche (tipo Maschi contro Femmine). Ma essere riconosciuto e ringraziato per Boris è la cosa che mi rende più felice».


A cosa si lega,fra le tante caratteristiche di questa ricetta "sperimentale", il successo di
Boris?

«È legato all'imprevedibilità del racconto, che si svolge in un ambiente nuovo per quanto riguarda il mondo televisivo. Ci sono state altre serie con questo tema... Ma con Boris si è arrivati a "scavare" come mai si era fatto prima: nelle debolezze, nelle meschinità umane. Quello è l'ambiente televisivo, ma rappresenta anche contesti diversi. È un ritratto applicabile a qualsiasi contesto di lavoro, dove c'è sempre "chi è arrivato per ultimo", e quindi viene un po' schiavizzato, il capo è "incazzoso", chi gli gira intorno capriccioso, eccetera. E soprattutto si parla di un'organizzazione di Potere (con la P maiuscola) che condiziona la vita di quelle persone. Io ricordo sempre la prima volta che lessi il progetto di Boris, e pensai: "Questa è una cosa grande!" perché fa ridere, sì, ma racconta anche delle cose importanti, invoglia lo spettatore a "ficcanasare" dietro le quinte di film, telefilm e quant'altro. I set sono tutti simili. Boris ha avuto la grandezza di raccontare quello che succede... anche sul set di Boris! (ride, ndr)».

Da doppiatore, conosci un po' anche la "lezione americana", sui serial. Sei d'accordo che Boris abbia colto un po' il meglio di questa lezione? Pensa un po' ai camei nazionali che compaiono nelle varie puntate, al mix di generi...

«Certo. Non è che non lo avessero mai fatto prima in Italia... Non so neppure se gli autori lo abbiano fatto consapevolmente (non ci avevo mai pensato, ma è possibilissimo). Io sottolineo che la vera svolta di Boris è stata l'autoironia: il coraggio di rappresentare nella finzione le dinamiche della realtà della televisione, e di un mondo che viene sognato così spesso. Direi addirittura che la realtà sa superare qualsiasi esperimento di immaginazione! (Ride, ndr)».

E Boris approda al cinema. Un'esperienza diversa dal set del telefilm?

«No, niente affatto. Identica. Stessi attori, stessi autori e stessi registi. Stessa atmosfera. Il ritmo era un po' differente: un pochino di tempo in più... ma neanche tanto. Lì per lì non ti rendi neppure conto che stai facendo una cosa un po' di "grande", un'opera destinata al cinema. Ti pare di girare un episodio del serial e vai...»

A proposito: com'è stato il tuo rapporto con René?

«L'ho calzato come un cappotto su misura. Non che mi ci sia rispecchiato, ma mi è venuto facilissimo farlo! Mi piace la sua inquietudine... È un personaggio scritto davvero troppo bene. »

Come doppiatore, il tuo percorso è stato particolarissimo. Vuoi raccontarci che significa passare dal sonoro a tanta esposizione?

«In realtà sono sempre stato sia un doppiatore che un attore a tutto tondo. Negli ultimi anni ho acquisito solo più visibilità. Succede raramente, ma non è così impossibile. Ti dico una cosa, sui doppiatori: alcuni "ambiscono" a venir fuori anche come attori cinematografici e televisivi; ma a moltissimi questa prospettiva non interessa affatto. Non hanno voglia di apparire e stanno bene dove stanno. Probabilmente è anche un modo per restare anche "protetti", in qualche modo... Nella carriera di un attore,ci vuole la grande fortuna di vedersi affidare bei ruoli: importanti, interessanti. Così entri nell'immaginario collettivo di chi "decide" in qualche modo il tuo successo. Di "nicchia" o di "nocchia" (ride, ndr), che sia il prodotto, ci vuole questa fortuna per emergere. Partecipare a progetti che siano belli. Io amo molto il pubblico,comunque».


Foto di Guido Gambardella

Che ti è parso dell'idea di coinvolgerti in uno spot pubblicitario accanto a due personaggi come la Hunziker... e John Travolta?

«John Travolta che - per inciso - non doppio io!(Ride, ndr). Non sono io il doppiatore di John Travolta e non penso neanche che lo diventerò dopo questa esperienza. Quando me l'hanno proposto, ho pensato subito di accettare: erano autori con cui avevo collaborato, gli sketch mi sono piaciuti. Non ho pensato subito alla risonanza che questa esperienza avrebbe potuto dare al doppiaggio: mi è venuto in mente in seconda battuta, ma ne sono stato molto contento. È diventato un fatto sociale e mediatico, il doppiaggio in uno spot».

Fra i "tuoi" attori americani,hai conosciuto qualcuno?

«Dunque, Michael Madsen (che tra l'altro ho doppiato poche volte: di certo in Kill Bill e Sin City...). Ha voluto conoscermi, mi è stato grato di aver fatto un lavoro migliore del mio collega tedesco, che decisamente non gli era piaciuto. E poi mi ha telefonato George Cloney... Non è mica scontato che l'attore americano vada a guardare il film in Italia con le nostre voci. (Perché dovrebbe farlo?) George venne in Italia a promuoverlo e, la sera della prima, lo vide in italiano... Ed ebbe la bontà di chiamarmi e complimentarsi con me. Purtroppo per me, io non penso affatto che il successo di Clooney in Italia sia legato a chi lo doppia (ride, ndr). Il doppiaggio resta ancora appannaggio di specialisti e appassionati sensibili all'argomento. Il cinema si svuota appena appaiono i titoli di coda. I nomi dei doppiatori scorrono alla fine dei titoli di coda. Tanto vale affiggerli in bagno! (Ride, ndr) Tutto sommato lì sarebbero più letti. Dunque, la premura di personaggi come George Clooney è una cosa assolutamente non scontata».


Foto di Guido Gambardella

A quale attore sei più legato? Io mi permetto di ricordare il Tom Hanks di "Forrest", perché credo ti abbia reso popolare e sia stata una performance unica.

«Tom Hanks non l'ho quasi mai più doppiato. Sono stato in effetti la voce di Forrest Gump, più che del suo attore. Hai ragione... Comunque, io adoro George Clooney e Denzel Washington».

C'è stata una tua esperienza al cinema molto particolare. Un film di Marco Chiarini, L'Uomo Fiammifero. In qualche modo, seppure in due sistemi completamente diversi, un mondo simile allo sceneggiato di Pinocchio (in cui eri il Gatto). Mondi visionari per l'infanzia, che contengono anche istruzioni per gli adulti. Che rapporto hai con questo genere artistico e che esperienza fu, L'Uomo Fiammifero?

«Fu un progetto girato sei anni fa, e il mio coinvolgimento nacque da un'emergenza, perché era rimasto scoperto il ruolo del padre del protagonista bambino. Girai di sabato e domenica, appena due giorni: ci facemmo un discreto "mazzo" (Ride, ndr). Si trattò di una favola molto complessa, e Marco Chiarini - il regista - fece un lavoro bellissimo, ricercatissimo: sulla raccolta di materiale animato, sulla colonna sonora... Ci mise anni. Il film è uscito in vari festival e, ovunque sia stato proiettato, è piaciuto tanto. Ambientato poi negli anni '70: uno di quei lavori che restano eterni, degli affreschi di un'epoca che saranno apprezzabili fra cinque,dieci, come vent'anni. Io adoro questo genere artistico. Un progetto molto diverso da Pinocchio, ma con opere del genere io ho un rapporto meraviglioso. Sta per uscire al cinema la storia di Gulliver! Non vedo l'ora...»

 

Un regista italiano con cui ti piacerebbe lavorare?

«Non ce n'è uno solo, ma mi piace moltissimo Nanni Moretti. Mi capita di sentirlo, anche, e da lui sono apprezzato».

C'è una collaborazione attoriale a cui sei più affezionato fino ad oggi?

«Non saprei. Forse non sarebbe carino menzionarne una sola e non saprei quale scegliere. Be h... Direi tutte le collaborazioni al leggio con mia moglie Emanuela Rossi! Con lei mi rilasso, mi diverto. È davvero bello. Emanuela mia...» (Ride, soddisfatto).

 

BORIS (mitico sketch “a cazzo di cane”, dalla sigla di Elio e le storie tese)

 

Forrest Gump


Intervista a Francesco Pannofino
Foto di GUIDO GAMBARDELLA


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