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domenica 15 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA: LA DOPPIA VITA… DI CRISTINA.

Cristina Boraschi è la voce ufficiale di Julia Roberts, Meg Ryan, Sandra Bullock, Julienne Moore.

24.01.2011 - Simonetta Caminiti



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Foto di Massimo ferrari

Un caso fuori dai cliché, poiché non ha ricevuto una formazione nel settore a partire dall’infanzia e coltiva un’ancestrale passione per il cinema d’autore, che a suo giudizio non dovrebbe mai e poi mai essere tradotto.

Suoni preziosi, educatissimi eppure pregni di naturalità, quelli di Cristina Boraschi, che ci racconta – ancora una volta – uno dei mestieri più discussi e delicati dello spettacolo.

Oggi vorremmo capire una cosa diversa dal solito. Parliamo difatti con una doppiatrice affermatissima ma anche con una “adattatrice-dialoghista”. Come si stabilisce se e quando un film sarà distribuito in Italia?

«Spesso si sfruttano dei mercati, creati ad hoc e abbinati ai festival: si guardano i prodotti, si valutano e li si acquista. Se hanno successo al festival, è più facile che vengano comprati, naturalmente. Chi li compra è una casa di distribuzione, che acquisisce il film, lo edita, lo dà in appalto a una società di doppiaggio. I calcoli costi-benefici sono importanti: chi si interessa al film deve ponderare se quello che spende nell’acquisto “rientrerà” poi grazie al pubblico italiano. Noi in particolare abbiamo un mercato per cui, a periodi, fa tendenza un tipo di prodotto piuttosto che un altro (vedi le saghe horror, o quelle romantiche dedicate ai vampiri e così via): deve convenire l’acquisto del film in base al proprio mercato. Non basta che ci siano buoni attori; le critiche giornalistiche e le valutazioni economiche hanno un peso maggiore».

Decisamente tu non sei nata in sala doppiaggio. Quali strade stava imboccando la tua vita, prima? E come sei arrivata qui?

«Intanto ho cominciato a 25 anni, per cui abbastanza tardi, quindi sono un caso doppiamente raro. Il percorso è nato proprio all’università, perché ho studiato (e mi sono laureata in) storia del cinema. Pensavo di fare qualcosa di inerente al cinema, ma“da dietro”. Speravo soprattutto di fare critica del cinema, non escludendo comunque neppure la regia. L’università non mi aiutò abbastanza, non mi diede la possibilità di andare su un set a veder girare, come invece avrei voluto. Dovetti arrangiarmi abbastanza per conto mio. E dopo l’università, sempre con l’idea di fare regia, mi iscrissi a una scuola di recitazione, tenendomi piuttosto in disparte perché non avevo un’idea molto decisa di fare l’attrice. L’insegnante di dizione rilevò che avevo una “bellissima voce” e che avrei potuto fare doppiaggio o radio, e mentre eravamo a scuola ci portarono a vedere dei turni di doppiaggio. Vidi di cosa si trattava e cominciai a pensare di poterlo fare. Ho cominciato ad assistere come tutti, con molta difficoltà a entrare, ma ho trovato persone che mi hanno aiutato. Facevo di tutto: facevo l’assistente al doppiaggio, battevo a macchina i copioni…»

Come mai niente recitazione a tutto tondo?


«Sono piuttosto timida, non mi sono mai convinta abbastanza di volerlo fare. Poi il doppiaggio è andato talmente bene che… Ecco, a me non piace pensare che, se una cosa non va bene per 2-3 anni, sono gli altri che non ti capiscono e che prima o poi “uscirai”: mi piace fare le cose bene e vedere i risultati. E col mio lavoro andò così bene che non ho mai pensato più di tanto di darmi alla recitazione “a tutto tondo”. Alcuni miei colleghi nascono invece proprio così: come attori a tutto tondo. Vedi, quando nacque il doppiaggio, era fatto da attori di teatro: il doppiaggio è nato immediatamente dopo il cinema e come il cinema attingeva dal teatro. Quando i doppiatori sono diventati una categoria specializzata, si è perso un po’qualcosa, ed io (purtroppo) faccio parte di questa categoria perché non ho fatto abbastanza, come attrice, per potermi definire tale (a parte una scuola). Il mestiere dell’attore è lo stesso del doppiatore, “all’ingrosso”, ma le tecniche di ogni categoria sono diverse. C’è tanta gente che nasce e cresce davanti alla macchina da presa, per esempio, e a teatro non sa da dove cominciare…»

Tu che tipo di cinema ami?

«Laureata in storia del cinema, non posso non essere snob. Mi piace il cinema d’essai. (Che non doppio). L’Italia ne acquista pochi e, quando lo fa, li doppia, il che per me è un grosso dolore! Ma mi trovo spesso a Parigi e lì mi godo di più questo tipo di cinema. La traccia originale è la dimensione del film d’essai: sono abituata al doppiaggio, ci sono cresciuta, ma un mongolo che parla italiano ancora non riesco ancora a vederlo... Ho diviso la mia vita in due parti: la vita di cinefila e la carriera di doppiatrice di cinema americano».


Foro di Massimo Ferrari

Della tv invece che opinione hai?

«Mi piace seguire anche le serie italiane. Stanno migliorando, ci sono molti attori bravi che purtroppo non vengono fuori se ancora non hanno un nome: da noi purtroppo vige ancora la prassi per cui ti mettono a fare il protagonista se sei di bell’aspetto… E invece c’è gente molto brava che dovrebbe trovare più spazio. Sembra che un bell’attore abbia presa anche se zoppica un po’ nella recitazione, per cui si trova a fare il protagonista; poi ci sono tanti comprimari che hanno la statura da protagonista. Tant’è che in passato si è consumata una vera e propria battaglia anche sul doppiaggio (italiano) di attori italiani. Quando iniziai io si doppiavano anche gli attori italiani. Mastroianni, la Loren, Fabio Testi, Giuliano Gemma… Tutti! Tutti i “belli”. Ma se oggi almeno li sentiamo con le loro voci, sappiamo com’è finita questa battaglia. Bene o male, sentiamo loro. C’erano però dei registi italiani che avevano e difendevano l’abitudine di “creare il connubio ideale” tra voce e volto…»

Chissà che non sia un problema di fidelizzazione a certe voci. Lo spettatore può avere l’impressione di trovarsi di fronte alla stessa qualità di un attore americano là dove sente la voce dello stesso doppiatore.

«Sai, non credo. Magari tendono solo a migliorare la loro “fattura”, anche se diventa un discorso un po’ spersonalizzante. Del resto i registi sono artisti che mettono lì la loro firma e sono liberi di fare quello che preferiscono (sorride nda)».

La “tua” Julia Roberts… La contendi quantomeno con un’altra doppiatrice affermatissima. Che prerogative ha la Roberts con la voce della Boraschi?

«Questo purtroppo dovresti chiederlo a qualcun altro. Io sono molto critica con me stessa, quindi preferisco che siano gli altri a giudicare. Sono di parte, mi sento dall’interno. Pensa che la prima volta mi sentii, un paio di battute in un telefilm, pensai: “Ecco, lo sapevo, l’hanno ridoppiata! Quella non sono io!”. E ora che mi riconosco… non mi piaccio! Posso giudicare due colleghi, ma con me non riesco ad essere esterna ed obiettiva».

Un nome e un cognome fra tutti. Ally McBeal.

«La serie fu tutta doppiata a Milano per la tv svizzera. Poi la comprò Mediaset, che sentì il doppiaggio e pensò di rifarlo daccapo; in seguito scese “a più miti consigli”, decidendo di intervenire solo su qualche personaggio. Poi finì su “ancora più miti consigli”, scegliendo di doppiare daccapo solo la protagonista. Non che i doppiaggi di Milano fossero fatti male, almeno dal mio punto di vista: credo piuttosto che avessero pochi attori a disposizione e quindi poca possibilità di spaziare, con conseguente riciclo dei doppiatori sui personaggi minori. A Roma hai la possibilità di scegliere la voce più adatta a “quella faccia”, cambiare i comprimari molto di più… Per cui, fecero dei provini e subentrai alla collega di Milano. Mi dispiacque un po’: non credo sia stata un’esperienza gradevolissima per lei, alla fine, la sostituzione esclusiva della protagonista».

Sbaglio o c’era un’affezione particolare per quel personaggio?

«Assolutamente sì. Devo dire che l’ho fatto proprio “con la mano sinistra”: lavoravo da sola, a Roma, su dialoghi già realizzati… Ma mi venne velocissimo, naturale».

 


Le voci doppiate da Cristina Boraschi



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