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sabato 14 dicembre 2019

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DOPPIATRACCIA: Angelo Maggi, quel “marchesino” di un Bruce Willis…

31.01.2011 - Simonetta Caminiti



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Foto di Guido Gambardella

 

A breve lo vedremo in tv, abbracciato dal cast internazionale de L’isola, fiction dal budget elevato di Rai1 che ammicca alle avventure di Lost, con un occhio alla questione ecologica. Tredici episodi da novanta minuti.

Angelo Maggi esordì al cinema con un vero cult della commedia italiana, ed è un attore teatrale appassionato. Anzitutto, però, è uno dei maggiori doppiatori del nostro Paese.

 

Com’è nato l’incontro col doppiaggio?

«Ho cominciato col teatro. Con Vittorio Gassman nel lontano 1980: studiai con lui alla Bottega Teatrale di Firenze. Da lì in poi lavorai anche con altre compagnie (tra cui quella di Giorgio Albertazzi, Vittorio Caprioli, Mario Carotenuto…), ho anche fondato una compagnia mia… e fatto un po’ di cinema. Partecipai al cast di Sapore di mare, dove ero il marchesino Pucci: “Ganza questa battuta!” (recita con inflessione toscana la battuta del celebre carattere di Sapore di mare e Sapore di mare2, ndr). Poi iniziai a frequentare le sale di doppiaggio… seguendo la maestria di una grandissima direttrice che oggi non c’è più: Fede Arnaud. Oggi divido la mia carriera nel doppiaggio tra attore e direttore, con la fortuna di doppiare tanti attori importanti».

 

Quando si doppiano protagonisti indimenticabili… si è la voce ufficiale di quegli attori?

«In Italia oggi non è più così. Non abbiamo esclusive: nessuno di noi ce l’ha… Vent’anni fa era diverso: Ferruccio Amendola (tanto per fare un nome) aveva attori solo suoi: De Niro, Hoffman, Pacino eccetera. Io doppiai Tom Hanks per una decina di film; poi la distribuzione americana dei film tratti dai libri di Dan Brown (cioè la Columbia) volle dare una voce diversa. Questo è un esempio».


Foto di Guido Gambardella
 

 

Noi chiediamo sempre: qual è l’attore che si terrebbe a costo della vita?

«Brava! (sorride, ndr). Questa è una domanda che mi piace tantissimo. Negli ultimi due-tre anni ho amato molto doppiare Robert Downey Jr. La Warner lo ha affidato a Luca Ward in un film, e purtroppo in quei casi non si può far nulla. Ma me lo sarei tenuto a tutti i costi. Meno di recente, direi Tom Hanks. Castaway, un film su tutti: con l’arereo che cade sull’isola e lui moderno Robinson Crusoe che per tutto il film fa bellissimi monologhi. E poi c’è un altro attore che mi piace molto: il francese Aurélien Recoing, protagonista del film che ha vinto l’ultimo festival del cinema di Roma, Kill me please».

 

Il doppiatore è un attore. Se c’è qualcosa che gli manca (apparentemente) rispetto all’attore a tutto tondo è la fisicità. Ma c’è qualcosa che invece il doppiatore ha in più rispetto all’attore “tradizionale”’?

«Intanto ci sono molti attori con fisicità importanti ma poca preparazione professionale. Non hanno il substrato che tanti doppiatori invece possiedono eccome. Non a caso, il trend sta un po’ cambiando rispetto a una quindicina d’anni fa. Allora il doppiatore veniva un po’ “ghettizzato”, era il “mezzo attore”. Oggi il doppiatore è una figura rivalutata: anche i registi se ne stanno rendendo conto. E il doppiaggio è in assoluto la categoria più meritocratica in campo attoriale».

 

È vero che, se da un lato siamo più lenti a imparare le lingue straniere perché “mangiamo, beviamo e respiriamo” film tradotti, per un altro verso le sceneggiature ci restano cucite sulla pelle più di quanto non accada nei paesi, dove non esiste il doppiaggio? In Italia vi sentiamo recitare le sceneggiature più famose nel mondo nella nostra lingua. Le impariamo a memoria così, ci restano dentro per sempre.

«Non ci avevo mai pensato… ma può essere un lato interessantissimo del nostro mestiere. Certo. Tra l’altro, i paesi in cui si doppia sono moltissimi, ma la qualità del nostro doppiaggio è superiore: e non siamo solo noi a dirlo. Ce lo dicono i distributori americani…»

 

Pochi giorni fa è stata trasmessa una replica de Il sesto senso. Ci racconta questa esperienza?

«Mi hanno detto della replica, sì. Io non l’ho vista. Tra l’altro vado poco al cinema, il che fa un po’ ridere… Il sesto senso è nel podio dei film che ho amato di più doppiare negli ultimi vent’anni. È un film straordinario di Shayamalan. Concepito in modo geniale. E la prima volta in cui ho doppiato Bruce Willis, che oggi è l’attore a cui do la voce più frequentemente (ma non è il più amato da me). Precedentemente Bruce Willis aveva interpretato tutti ruoli da “eroe”, con voci italiane più profonde, adatte a quei contesti catastrofici: voci più “grosse” della mia. Ne Il sesto senso, per la prima volta, interpretava il ruolo di un “perdente”. Ci voleva una voce diversa: facemmo i provini e Francesco Vairano, che dirigeva, mi affidò questo ruolo. C’è una curiosità. Noi doppiatori non guardiamo quasi mai il film che andiamo a doppiare. Ma spesso il direttore ci dà delle dritte sulla storia: ci spiega come vanno le cose, ci aiuta a capire le situazioni. Anche perché diversamente capiremo molto poco, visto che non doppiamo i film nell’ordine sequenziale-cronologico delle scene. Ebbene, nel caso de Il sesto senso, non mi stato spiegato proprio nulla. È stato doppiato tutto in perfetto ordine cronologico senza sapere come andasse a finire la storia. Dovevo trovarmi io stesso con la sorpresa finale dello spettatore. Quello è un grande film d’amore».


Foto di Guido Gambardella
 

 

Ha un progetto teatrale in corso, in questi giorni…

«Da quattro anni sto replicando una commedia scritta da Pino Ammendola. Recitiamo proprio io, Pino Ammendola, Giorgio Gobbi e Anna Jimskaya: Uomini alla crisi finale. Commedia da cui sono nati vari film: commedia molto divertente, ma con un occhio a problemi più profondi. Divertimento e riflessione: è una commedia intelligente come tutte le commedie di Pino. A bbiamo battuto vari teatri della capitale: Bagaglino, Ghione, Arcobaleno (dal 29 gennaio siamo al teatro Cassia per sole sei repliche). Siamo stati a Bologna e poi saremo in Calabria».

 

Cult della commedia italiana, Sapore di mare, dei fratelli Vanzina. Antenato degli attuali Notte prima degli esami e sequel. Sapore di mare fu il trampolino di lancio di vari attori italiani oggi popolarissimi (Isabella Ferrari ed Eleonora Giorni su tutti…), e celebrò caratteristi che poi rimasero delle meteore. Lei è diventato un grande doppiatore. Che ricordo ha di Sapore di mare?

«Fu un’esperienza divertentissima. Partecipai anche al sequel, ma di lì a poco – curioso a dirsi – scelsi il teatro. Uscii dal giro dei fratelli Vanzina. Bruno Cortini (regista che oggi non c’è più) scrisse una parte per me, ma io rifiutai per un impegno a teatro con I ragazzi irresistibili di Neil Simon, in cui ero coprotagonista nei maggiori teatri italiani. E presi la mia strada»

 

Angelo Maggi in "Sapore di mare"

 

Angelo Maggi in "Il sesto senso"

 

Simonetta Caminiti e Angelo Maggi su "Il sesto senso"

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