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mercoledì 08 luglio 2020

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Iñárritu: Not so Biutiful

13.02.2011 - Alessandro Pangallo



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All’inizio del millennio, un regista di belle speranze esordiva nelle sale di tutto il mondo. Alejandro González Iñárritu aveva subito convinto pubblico e critica grazie al suo primo capitolo della trilogia della morte, Amores Perros. A distanza di undici anni, però, il suo ultimo lavoro, Biutiful, viene accolto tiepidamente dalla critica e al week end di lancio riscuote al botteghino italiano appena 90.000 Euro. Cosa è cambiato in un decennio?

Porque tus amores perros me van a matar

Poco da dire, Amores Perros è uno di quei film dei quali ci si innamora subito. La bellezza delle musiche, sia quelle originali composte dal maestro Gustavo Santolalla, sia quelle non originali che spaziavano dal rap alla salsa cubana, il fascino tutto mariachi del Chivo (uno dei tre protagonisti), l’ambientazione cupamente urbana di Città del Messico, tutto quanto sembra funzionare alla perfezione in questo film. Attenzione, non stiamo di certo parlando di un film facile: il corpo centrale della pellicola, incentrato su un’attrice che perde l’uso delle gambe in un incidente stradale, fa abbondantemente uso di pianosequenza incentrati sui volti degli attori e non presenta dei ritmi propriamente scattanti. Già questo dovrebbe farvi capire che per apprezzare il cinema di Iñárritu è richiesta una certa dose di cultura cinematografica, ma i veri problemi dovevano ancora arrivare.

 

Da 21 grammi a Babel

Il secondo capitolo della trilogia della morte, 21 grammi, uscì nel 2003. Iñárritu questa volta dirige un cast di attori ben più altisonante del gruppo di illustri sconosciuti messicani del primo film. Sean Penn, Naomi Watts e Benicio Del Toro sono i tre protagonisti delle storie che andranno inevitabilmente a collidere tra loro. Nonostante l’importante cast e nonostante sia ormai evidente che Iñárritu e soci con i film corali ci sanno fare, il film inizia a dimostrare i primi scricchiolii del cinema del regista. Il risultato fu un film a conti fati un po’ pesante, e in cui un po’ tutti capirono in che direzione non dovevano tirare i film di e à la Iñárritu. Purtroppo tra questi tutti non annoveriamo il regista e i suoi proseliti: Babel, film del 2006 con, tra gli altri, Brad Pitt e Cate Blanchet, accentuava anziché ridurre i problemi del cinema Iñárrituiano, specie l’abuso dei primi piani conditi di singhiozzi e lacrime. Inoltre, il gioco del “più storie che collidono” qui funziona meno bene che nelle altre due pellicole della trilogia (del tutto superflua e poco interessante la parte ambientata in Giappone del film).  Da notare che poi il cinema di Iñárritu si è anche esteso (anche se indirettamente) a uno dei nostri registi d’esportazione, Gabriele Muccino. Il gusto Iñárrituiano nel suo Sette anime risultò immediatamente evidente a chiunque avesse visto in precedenza un qualsiasi lavoro del regista messicano. Come capitò anche con l’ultimo capitolo della trilogia della morte la critica fu un po’ dura con Muccino, per il quale, non a caso, non c’è ancora un ballo un nuovo film a stelle e strisce (salvo qualche rumour che esce sporadicamente).

Biutiful Alejandro

Messa da parte la trilogia della morte, Iñárritu esce in sala nel febbraio 2011 con Biutiful, questa volta orfano dello sceneggiatore Guillermo Arriaga (che nel frattempo aveva sceneggiato il notevole Le tre sepolture per Tommy Lee Jones). Anche questa volta la critica non sembra convinta dell’operato del regista, e tutti gli elogi, compresa la prima nomination agli Oscar per un attore non interpretante un film in lingua inglese, sono per il protagonista Javier Bardem. Cosa si è rotto nel giocattolo messo  a punto da Iñárritu? Forse l’autore, dopo l’esordio, ha voluto strafare, e purtroppo ha puntato a emozionare il pubblico nel modo sbagliato, con una regia che annoiava più che commuovere.

Con buona pace di tutti coloro che aspettano ancora di applaudire il regista come avevamo fatto con Amores Perros…

 

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