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giovedì 05 dicembre 2019

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Chiara Colizzi. “Uma” voce di stella.

06.06.2011 - Simonetta Caminiti



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Chiara “occhi di cielo” Colizzi: una delle doppiatrici più mimetiche e devote ai suoi personaggi di tutta la scuola italiana.

Figlia d’arte (il padre è l’attore e doppiatore Pino Colizzi, la madre è la doppiatrice Manuela Andrei), interpreta le voci italiane di grandi star holliwoodiane con un carattere sempre diverso e sorprendente, penetrando nelle fibre delle grandi protagoniste di Kate Winslet, Nicole Kidman, Uma Thurman, Penelope Cruz… e molte, moltissime altre. E, benché sembri un gioco di parole ispirato al suo mestiere, quella di Chiara è davvero una voce fuori dal coro: a partire da come racconta il doppiaggio.


Foto di Guido Gambardella
Cos’ha in più dell’attore un bravo doppiatore?

«La mia, oggi, è una risposta atipica. È un mestiere che sta cambiando tanto e così anche la mia opinione al riguardo. È un lavoro sempre più vicino al prodotto originale che si va a doppiare: arriviamo a “imbastardire” la lingua italiana contaminandola un po’ con espressioni tipiche di quella inglese. Comincio addirittura a chiedermi, ora che sono caduti i motivi politico-ideologici per cui il doppiaggio favoriva la difesa della nostra lingua, a che serva doppiare! E quindi ti dirò una cosa che è un po’ l’opposto di quello che si dice di solito. Un doppiatore, rispetto all’attore a tutto tondo, deve avere una bellissima voce. (Posto naturalmente che debba anche saper recitare, certo). In genere, dire che per doppiare sia indispensabile una bella voce, significa un po’ sminuire il nostro lavoro: ridurlo solo all’estetica e poco alla recitazione. Io ti dico che un doppiatore deve avere una voce bella, caratteristica, “ficcante”. Anzitutto questo».

 

Chiara Colizzi e il doppiaggio. Che peso ha avuto nella tua vita fino ad oggi?

«Certamente non è stato e non è la mia vita. Ha determinato cose importanti in positivo e in negativo, ma non è la mia vita in assoluto. Ci sono stati dei momenti, ovviamente, in cui ho doppiato film in cui certi momenti della mia vita assomigliavano un po’ agli stati d’animo, alle situazioni che dovevo recitare… Mi viene in mente Breaking the waves - Onde del destino, o L’amore sotto l’albero (Penelope Cruz alle prese con un fidanzato molto geloso), e poi moltissime volte con le serie televisive. Soprattutto Samantha Who. Qualche volta Scrubs. Ripeto, però: la mia vita è fatta di tante cose a parte il lavoro».

 

Per esempio, altre piccole vocazioni artistiche?

«Ho – più che la vocazione – l’esigenza della manualità. Quello che ho di artistico l’ho er editato soprattutto da mia madre: meno conosciuta di mio padre (si è dedicata soprattutto al teatro e negli anni ’60) ma decisamente l’artista di casa».

 


Foto di Guido Gambardella
Curiosità più private. Il primo amore della bella Chiara.

«(ride fragorosamente) Avrò avuto quattro anni. Mi dicono che il mio primo amore sia stato il mio primo maestro di sci: ho iniziato a sciare piccolissima, lui veniva a prendermi e, troppo emozionata, non volevo fare lezione. Il primo amore vero – io definisco così il primo sentimento per cui si consumano lacrime – è stato che avevo sì e no nove anni… Poi c’è stata un’adolescenza piena di queste cose. Penso di aver pianto anche qui dove siamo adesso (L’intervista si è svolta presso Villa Glori, a Roma). Mah… anche quando facevo ginnastica artistica ero innamorata. La mia vita è stata, per i primi sedici, diciassette anni, a tutto sport: e i miei amori erano in quell’ambito. L’innamorarsi per me è stata llip; (ci pensa un po’, poi scandisce con decisione) un’abitudine. Una vera abitudine».

 

La tua personalità e la sua evoluzione negli anni. A farne una sintesi, come le racconteresti?

«Sono stata una donna piuttosto tranquilla fino a ventiquattro anni. Poi ho cominciato a fare piccole follie. Ero stata una ragazza solare, con una gran tendenza a comunicare tutto. Poi mi sono chiusa un po’: ho riservato più sorprese. Niente di allarmante ma… per fare un esempio, me ne sono andata di casa lasciando un biglietto… Non avevo la forza di dire che stavo andando via di casa. E i miei amori da lì in poi sono stati un po’ dei fallimenti. Poi è arrivato mio figlio…»

 

Un cucciolo di doppiatore?

«Ha fatto qualcosina quand’era più piccolo. (Oggi ha tredici anni). Ha l’erre moscia “pigra” (sorride) e la “esce” strisciante. Talmente tanti difetti di pronuncia che non credo lo farà mai. E comunque, se vorrà imparare questo mestiere, ne avrà tutto il tempo. Ha un orecchio straordinario per le voci italiane. E per la musica. Non ho iniziato io da bambina, a fare la doppiatrice: non lo farà neanche lui».


Foto di Guido Gambardella

Se parliamo di cinema, quale delle tue attrici ti terresti per sempre?

«Penso proprio Kate Winslet. È quella più emozionante da doppiare, oltre che la più difficile. Lei è davvero sorprendente. Mi rendo conto che doppio Nicole Kidman con molta più facilità: evidentemente abbiamo delle corde simili, anche nella durezza, e forse anche il mio percorso verso certe emozioni assomiglia a quello della Kidman: le sonorità sono più vicine. Ma la Winslet ha capacità che la rendono ogni volta più interessante e devo dire che anche il suo fan club mi ha dato molta soddisfazione: ha redatto una serie di giudizi su tutte le sue voci italiane ed io sono stata quella più apprezzata».

 

Invece, un attore uomo che stimi o ti piace molto?

«Ebbi una passione smodata per Kevin Spacey. Da ragazzina ero pazza di Paul Newman: non riuscivo a guardare i suoi film per quanto soffrivo! Oggi… davvero non saprei. Non sono tipo da passioni fuori misura, se non ce c’è ragione. (Sorride) Sarà pure che sono cresciuta…».

 

Voi doppiatori siete nell’aria. Vi si sente dappertutto: radio, tv, cinema… Ma non siete neppure personaggi troppo esposti. Come mi ritrovi in questo profilo artistico?
«Quando questo lavoro era più “nell’ombra” rispetto ad oggi aveva una qualità anche migliore. Oggi è un mestiere noto: tutti vogliono farlo, tanti lo fanno, tanti ti pubblicano, e tutto questo ha un po’ “snaturato” la professione e forse ha compromesso un po’ la qualità. Da un lato è così. Per l’altro verso, ci sono esigenze artistiche che vengono un po’ frustrate; e non parlo da doppiatrice, ma proprio da attrice. Tra l’altro penso che se dovessi prestarmi a ruoli di teatro, cinema o tv, poco interessanti, dopo i miei precedenti nel doppiaggio li soffrirei molto. E c’è da dire che non ho mai neppure cercato alternative del genere. Ho rifiutato anche un ruolo in una pubblicità proprio perché per me non aveva senso. Non doppio più neppure le attrici italiane.»

UN SALUTO SPECIALE PER I LETTORI DI MP News!


 

Chiara Colizzi in Revolutionary Road (Kate Winslet)

Chiara Colizzi in Kill Bill (Uma Thurman)



 


Chiara Colizzi per MP News
Foto di GUIDO GAMBARDELLA.


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