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giovedì 05 dicembre 2019

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RECENSIONE - Hysteria

Biografia del “migliore amico delle donne”

05.04.2012 - Simonetta Caminiti



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Che la più antica delle terapie valga per il più antico dei malanni, forse non fa meraviglia. Nel linguaggio comune, l'isteria è espressione indefinita di nevrosi e aggressività, caratteropatia, accesso di "intrattabilità". E a scuola, chi avesse l'occasione di indagare nel greco antico l'origine della parola, scoprirebbe che la radice è la stessa di hysteron (utero): metonimia eterna dell'essere donna.

Muove da questi passi l'affresco iconoclasta, colorato e originale di Tanya Wexler: un dipinto vittoriano dal quale schizzano caratteri e protagonisti pieni di anima, a sublimare le rivoluzioni e i luoghi comuni dell'Europa pre-freudiana. Non a caso donna, Wexler si immerge nella Londra nel 1880, e racconta la scoperta del vibratore. Proprio lui, lo scettro magico considerato (nella tradizione umorista, e spesso squalificante, del sesso maschile) il migliore amico delle donne. Soprattutto quelle "hysteriche".

Il dottor Robert Darlymple (Jonathan Pryce) conosce un sollievo insuperabile per le malinconie e gli spasimi delle sue pazienti. Infilare i polpastrelli sotto le ampie gonne a campana delle signore che - stese su un lettino, gambe divaricate - intonano fino a "tre parossismi in cinque minuti", e sembrano uscire dalla stanza dimentiche dei loro guai.

È un'occasione straordinaria, per il giovane Mortimer Granville (Hugh Dancy), diventare l'assistente del noto medico londinese: il suo apprendistato sarà ineccepibile e ambizioso. È così che Mortimer conosce entrambe le figlie di Darlymple: Charlotte (Maggie Gillenhaal) e Emily (Felicity Jones). A Emily - la secondogenita -si rivolgono subito le sue attenzioni, secondo un'equazione perfetta che vorrebbe il matrimonio con lei e un prosieguo della carriera nello studio di Robert; precursori delle battaglie femministe, da suffragette incallite, sono invece gli stati d'animo e le insofferenze denunciate da Charlotte, secondo la quale il "massaggio manuale" alle donne ben poco risolve - e soprattutto non indaga - le vere ragioni dell'infelicità e della frustrazione.

Un giorno, però, la mano destra del giovane Mortimer, spossata dai "massaggi miracolosi" ai misteri delle signore, gli impedisce definitivamente di perpetuare il suo lavoro. Carriera e matrimonio vanno in fumo più in fretta di come sembravano arrivati: l'unica soluzione è trasferirsi dal suo amico Edmund St.John Smythe (Rupert Everett). Un piccolo genio dell'elettricità, la cui ultima invenzione è un piumino per spolverare che volteggia su se stesso come una ventola. Ecco l'epifania di Mortimer: il marchingegno che sarà denominato "Martello di Granville" attorno al quale ruota l'interno film. Lo strumento che a tutt'oggi affonda - in senso letterale - nella nevrosi femminile, lì dove tutte le magagne si annidano. O, perlomeno, dov'è più facile e comodo immaginarle: lontane dalle vie più strette e scivolose dell'anima.

Si risolve in una commedia romantica, Hysteria, nella quale trionfa l'attrazione tra le crociate passionali, intime, irriverenti della giovane Charlotte, e il genio controverso di Mortimer Granville. Ma è un'opera di equilibrismo tra fatto storico e caricatura, ritratto graffiante e autoironia. Una ricetta affidata alla perfezione del cast e alla sceneggiatura sensibile, che sembra non lasciare niente al caso: tantomeno il titolo.

L'isteria era fenomeno dilagante nell'Inghilterra dell'epoca: una patologia che, con più frequenza sulle mogli che sui mariti, sembrava sfogare in sintomi psicosomatici (soprattutto neurologici). Ondate di angoscia, sbalzi d'umore convulsi, paure del nulla che abitano la noia e la solitudine insoddisfatta: soprattutto quella di un essere umano che, tecnicamente, solo non è. Ecco cosa - fino al 1952, secondo la diagnostica medica - è stato considerato appannaggio del mondo femminile, con alcun miglior rimedio del sesso. Il sesso, che in effetti smette i panni del linguaggio complementare con un altro individuo, tanto più nella patria dei patriarchi, e diviene sinonimo di libertà, volontà, addirittura capriccio. Squisitamente vittoriano è lo sfondo spazio-temporale: pervaso dalle vistose divisioni sociali, dalla multi-nazionalità e modernità della Londra altolocata quanto dalle contraddizioni della cultura, sempre più irrorata da progresso tecnologico eppure di un'ipocrisia imperitura. Non meno vittoriane sono le tecniche narrative prese in prestito da Wexler, ideali per trasformare la biografia del vibratore in una fiaba divertita che mai inciampa nella trivialità, fin troppo contigua a un simile pezzo di storia. La strategia infallibile di trarre forza dalle fragilità dell'aguzzino: la miopia sessista di tutti i tempi. 

 




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