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venerdì 23 agosto 2019

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  • Cinema e Teatro

Recensione Film: Elizabeth, the golden age - A metà tra potere e intimità.

Luci ed ombre accompagnano il film che rievoca la storia della principessa Elizabeth. Classico melodramma in salsa inglese, barocco, ondivago, leggermente melenso e a volte ridondante.
Nonostante tutto, la bravura degli attori e l’emozione di riviv

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E’ proprio vero che l’Inghilterra non è un paese normale.
Sfido io, con tutta la Storia che si porta dietro! Volete mettere la difesa strenua del proprio suolo e della propria isola con le guerre di indipendenza e di liberazione che si sono succedute nell’Europa Continentale lungo secoli? L’orgoglio nazionale, non nazionalista, che contraddistingue i britannici prende le mosse dalla capacità di essere stati, a più riprese, il baluardo contro la perdizione della ragione e delle libertà. Sicuramente, penserete alla guerra del 1940 contro la Germania nazista. Sono d’accordo. Ma non solo. Come dimenticare il conflitto contro l’invincibile Armada spagnola nel ‘500?
E’ appunto questo l’ambiente in cui si svolge la pellicola “Elizabeth – the golden age”, godibile sequel del primo, che nel 1998 aveva concorso per sette nomination all’Oscar.
Torna la stessa squadra: in particolare, l’indiano Kapur dietro la macchina da presa e la splendida Cate Blanchett nei panni della Regina. A completare l’affresco che ridisegna il Commonwealth britannico, la presenza di altri attori australiani (come la protagonista) e l’inglese Clive Owen, nel ruolo dell’affascinante pirata che distoglie “the virgin princess”, la principessa vergine, dalla difesa del suo popolo.


Il film si colloca a metà fra ambientazione storica e vita privata della principessa. Come sempre, quando si vogliono fare tante cose assieme si finisce con l’esagerare e non approfondire nulla, e qui la carne al fuoco non manca. Inoltre, girare un sequel non è mai semplice: le aspettative crescono (direttamente proporzionali al budget a disposizione, e qui c’era da parte un bel gruzzolo), la creatività diminuisce e si fa affidamento più all’allestimento scenico che al plot narrativo. Fortunatamente, l’algida Blanchett ha deciso di tornare a vestire i panni dell’immortale Elizabeth, con la solita classe che ormai la critica le riconosce, e che emerge anche in questa opera. L’attrice australiana riesce a soddisfare la duplice missione che il regista le affida: imperturbabile donna di potere, perfettamente razionale e fredda, e fragile donna qualunque, condannata a sacrificare la sua vita privata per attenersi al suo ruolo di eroina storica e perennemente in trincea.
Meglio del drammone storico basato più sul mito che sulla documentazione, che lascia perplessi di fronte alla descrizione della battaglia (superficiali le spiegazioni, troppo enfatico il livello di narrazione, debole la catena di successione degli eventi, scollegati e disomogenei), è la narrazione del privato di Elizabeth che affascina e stimola le considerazioni più interessanti.
Affrontare il tema della differenza tra ciò che si vorrebbe fare ed avere e ciò che si può effettivamente realizzare è discorso antico. Eppure emoziona sempre. Forse perché riguarda ognuno di noi, nel nostro piccolo.

Elizabeth è legata al suo ruolo ed ai suoi compiti, non sopprimibili. E poco importa se, in fondo, è solo una donna. Una donna fragile, che soffre, si irrita, si commuove ed ha bisogno di amare e sentirsi amata, desiderata come qualunque altra. Che vuole essere libera.
Invece, no. E’ regina. E’ la madre del suo popolo, che deve difendere e servire al di là dei suoi interessi personali. E’ questo strazio interiore che rende diversa la pellicola, e forse più godibile di altre rappresentazioni storiche che, pur non rispettando la rigorosità documentale non affrontano il privato dei protagonisti. Qui, seppure immersi in un mare di melassa che intrappola nell’enfasi la spinta eroica della principessa, godiamo dello spessore di alcuni attori: la Blanchett, il saggio astrologo, il fido/infido Walsingham (impersonato da Geoffrey Rush), il succitato Owen (lo stesso di Closer).


Insomma, di narrazione storica ce n’è poca: se siete interessati alla disfatta spagnola sulla Manica, leggetevi un buon libro. Se invece volete addentrarvi nelle segrete stanze del palazzo di corte e fare luce sul privato di una principessa, potete vederlo, considerando sempre che di Elizabeth ce n’è stata una.
Non si governa un Impero per settant’anni a caso.

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