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venerdì 23 agosto 2019

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Recensione Film: La bussola d'oro - se Harry Potter si mette in gonnella

18.12.2007 - Pietro Salvatori



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Titolo: La Bussola D'Oro

Regia: Chris Weitz

Cast: Nicole Kidman, Daniel Craig

IMDB:
67/100
Voto: 50/100

Gli schermi sotto le feste si riempiono, come di consueto, dell’immancabile favola natalizia. Dopo Il Signore degli anelli e Le cronache di Narnia, solo per citarne alcuni, quest’anno è toccato a La bussola d’oro, primo libro di una trilogia di Philip Pullman, essere trasposto sul grande schermo per la gioia (?) di grandi e piccini.

La storia richiama per grandi linee il canovaccio già seguito dalla saga di Harry Potter: un’adolescente (questa volta si tratta di una bambina, la brava Dakota Blue Richards) scopre che le leggende del mondo in cui vive la destinano a svincolarsi dalla propria semplice realtà per andare incontro ad inaspettati incontri e straordinarie avventure. Un mondo appena verosimile, quello raccontato da Pullman e ripreso abbastanza fedelmente dal regista Chris Weitz nel quale, a dispetto di una conformazione morfologico-geografica che rispecchia quella reale, scopriamo che ogni essere umano possiede una sorta di animale custode, chiamato daimon, si viaggia in strambi palloni aerostatici, ed è popolato da orsi polari e streghe volanti.
Se a questi ingredienti si unisce un cast composto dalla coppia Kidman/Craig, già vista nel recente Invasion, impreziosito dall’apparizione della sempre più in ascesa Eva Green, e l’etichetta New Line Cinema (quella, per intendersi, della trilogia jacksoniana), si fa presto ad identificare all’interno della confezione, patinata quanto basta, tutte le caratteristiche del grande blockbuster da alta stagione.
Lontani, nella versione cinematografica, gli echi della violenta polemica che ha investito l’anticattolicità del romanzo (“La genesi vista dal punto di vista di Satana”, l’ha definito Edoardo Rialti, ricercatore di letteratura medievale all’università di Firenze), quel che non permette alla pellicola di scivolare via indenne da critiche è l’estrema discontinuità di narrazione con la quale la sceneggiatura ha trasposto l’estrema ricchezza di dettagli del libro.
Il film diventa così discontinuo, ellittico, a tratti incomprensibile, e riduce, fatta salva la piccola protagonista, le caratteristiche di tutti i personaggi a mere caratterizzazioni stereotipate.
Si perde il gusto della storia, e a poco serve un utilizzo cromatico della colonna sonora per recuperare un’attenzione che man mano viene meno, nonostante l’innegabile suggestività di alcune sequenze.
Un film dunque irrisolto, che smorza ancor più quanto (poco) di buono seminato con l’assoluta mancanza di un finale: il “to be continued…” chiude mestamente un’ultima, banale, sequenza.


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