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sabato 26 settembre 2020

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Recensione Film: La promessa dell'assassino - La matrioska sanguinaria di Cronenberg

Recensione de La promessa dell’assassino

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Titolo: La promessa dell’assassino (Eastern promises)

Regia: David Cronenberg

Cast: Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Naomi Watts

IMDB:
8,0/100
Voto: 7,8/100

Due anni dopo il sorprendente A history of violence torna al cinema l’accoppiata Cronenberg – Mortensen con La promessa dell’assassino, uscito il 14 Dicembre nelle sale italiane.
Una minorenne russa arriva in fin di vita in un ospedale londinese e, dopo aver dato alla luce una bambina, muore. La levatrice che ha assistito al parto, Anna (Naomi Watts), di origini russe, trova il suo diario. È un diario testimone di violenze e soprusi subiti in uno squallido bordello gestito dalla mafia. Una lente d’ingrandimento puntata sulla comunità russa ne mostra il marcio che le lievita intestino. Da una parte la famiglia di Anna, perfettamente integrata, che dirige un vita comune, dall’altra una Famiglia nell’accezione più antica e barbara del termine, dove spiccano figure classiche come quella del Padrino padrone e del figlio inetto (Vincent Cassel) che abusa della sua posizione di protetto. Tra questi si insinua spietata l’immagine di un ‘autista’(Viggo Mortensen) che in realtà ha il compito di lavare i panni sporchi del figlio e che si rivelerà sin dalla sua prima apparizione il personaggio cardine dell’intreccio.
David Cronenberg si prende la briga di raccontare con occhio spietato la realtà della mafia russa, retta da un mix di tradizione, ritualità anacronistica ed ipocrisia. Un modo in cui i tatuaggi che un uomo ha sul corpo ne raccontano la storia, e chi non è tatuato non è nessuno. Il regista fa tutto questo con l’efficace uso della doppia lingua per tutto il film. Da Ivan Drago in poi non si può certo dire che il russo evochi nello spettatore occidentale immagini d’amore e fratellanza. Trascurabile strascico della Guerra Fredda che Hollywood non perde occasione per riproporre con ironia. La storia disegna personaggi meschini, ne tesse le motivazioni giustificandole con una ricerca della virilità a tutti i costi: “ l’importante è non apparire checche”, come viene spesso ripetuto nel film.
Confeziona alcune scene davvero crude (il film è stato anche vietato ai minori di 14 anni), girate però in modo garbato. E proprio questo garbo, questa aplombe danno al film una velata ironia che lo mantiene sempre gradevole. L’eleganza nel vestire, la ricercatezza dei vini con cui si festeggiano i crimini e la cura maniacale di ogni particolare rendono alcuni personaggi così surreali da affascinare.
Mortensen sfoggia un’interpretazione davvero eccezionale, annichilendo le co-star. Cassel è troppo legato a quel ruolo di cattivo senza cuore, e spesso anche senza cervello, che ormai sembra non poter fare altro. Invece il ruolo affidato alla pur sempre efficace Watts sembra avere davvero poco spessore, troppo poco per un film del genere. E poi l’ottima sceneggiatura, uno dei punti di forza del film, pare cucita addosso all’ ex Aragorn. Memorabile la scena, già culto per alcuni, di un Viggo Mortensen nudo che si azzuffa nel bel mezzo di un bagno turco pubblico con due scagnozzi ceceni. Davvero poco british come comportamento.
Una curiosità: nella scena suddetta tra le decine di tatuaggi falsi da galeotto russo che si trovano sul corpo di Mortensen si può chiaramente vedere sulla spalla sinistra quello (reale) che si è fatto alla fine delle riprese del Signore degli Anelli, uguale anche per gli altri otto attori che formavano la Compagnia dell’Anello nel film d’esordio della trilogia.
Agrodolce il finale, nel quale tutti gli altarini verranno svelati, sarebbe stato meglio lasciare incompiuto qualcosa.
Tirando le somme si può dire che Cronenberg, dopo l’esperienza di A History of violence, ha affilato gli artigli ed è riuscito a fare ancora meglio. Un film crudo, che però non regala violenza, ma la dà a chi se l’è meritata. L’ambientazione e la sceneggiatura poi sono senza sbavature, dialoghi ed immagini si fondono perfettamente per tutta la durata della pellicola. Insomma tutto sembra stare al posto giusto in un’opera di sorprendente efficacia visiva. Dasvidanya!


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