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martedì 26 maggio 2020

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Recensione Libro: "Le ultime ore dei miei occhiali" di Nino Vetri

27.01.2008 - Michela Monferrini



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È un libretto piccolo e agile, quello di Nino Vetri, il cui profilo è dato dall’altrettanto stringata biografia “nato a Palermo nel 1964. Suona nel gruppo ‘La banda di Palermo’ ”. Eppure, nonostante le settantacinque pagine che terminano troppo presto, il libro contiene tutta la storia del nostro paese, dal fascismo ai giorni nostri, passando per gli scatenanti anni ’70, gli anni dell’adolescenza dell’autore, impegnato a far decollare il suo primo gruppo (punk, ovviamente).
È un gioco continuo di rimandi da una stagione all’altra, da un luogo all’altro, dagli episodi del passato al presente, e proprio quest’ultimo fa da leit motiv, con il protagonista che accompagna suo padre da una dottoressa per disturbi della memoria e l’anziano genitore che continua a chiedere
« che disturbi ho? », o anche « che devo dire alla dottoressa? ».
Ma il racconto dei diversi episodi non è mai concluso, la storia è data per flash, scaglie, abbandonata e ripresa più volte, proprio come se l’autore stesse ricordando, o visionando un gruppo di foto sbiadite. E il ruolo dei ricordi è fondamentale, non c’è sforzo di ricostruzione, tutto quel che la memoria e il tempo hanno voluto tagliare resta escluso dalla narrazione, eppure alla fine, come in un puzzle a cui manchino alcune tessere, il disegno globale è ben visibile.
Ben visibili gli anni della villeggiatura in Jugoslavia con il camper, delle uova cotte nella cenere calda, di Zorro in bianco e nero alla tv. Sono gli anni delle incursioni dei bambini nella stanza segreta del nonno, decorato in guerra, che in un armadio custodisce fucili e baionette, pistole e bombe a mano, spade, proiettili, e un busto gigante di Mussolini…
Ma ben visibili sono anche gli anni precedenti, quelli che il protagonista ha conosciuto solo attraverso i racconti del padre e del nonno, gli anni dei bombardamenti che alzano polvere per le strade, dei fasci di luce delle contraeree, dell’arrivo degli americani con un nonno che dice a sua figlia di chiudere le finestre perché « non capisci che oggi è un giorno di lutto? ».
Quello di Nino Vetri, è un piccolo libro caleidoscopico in cui sfilano assieme il Moto Guzzi Falcone e i dischi dei Ramones, le sigarette Macedonia e i primi pantaloni bucati alle ginocchia, Pietrino “intontito per via di una bomba” e il chitarrista dilaniano – degregoriano degli Ultraporci.
E ancora, i sermoni di padre Scandurra e i carabinieri decapitati in guerra, la Berlino del muro e la campagna d’Africa, finché la contrapposizione tra passato e presente diventa contrapposizione tra due epoche che sembrano due ere diverse, tra quei giovani uniti dalla musica e quei loro nonni divisi dalla politica e dalla guerra: nonni dispersi in Russia e nonni deputati regionali per il Movimento Sociale, nonni uniti ai partigiani di Tito, nonni fucilati dai partigiani d’Italia, nonni deportati. Fino al frammento finale, agghiacciante, forse prevedibile, comunque bellissimo, in cui si scopre che i nonni sono anche stati carnefici.

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