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venerdì 25 settembre 2020

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La morte del riformismo (e del centro-sinistra)

La sfiducia al governo Prodi ha scritto la parola fine al tentativo riformista del centro-sinistra. Conosciamo gli assassini, chi sono i mandanti?

30.01.2008 - Paolo Ribichini



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Foto di flickr.com/photos/estragon_flickr/1572649972/

È finita. La lunga marcia riformista prodiana, iniziata dodici anni fa, è arrivata conclusione. Il voto di sfiducia, cercato in ogni modo, ha posto la parola fine ad un governo che era nato con l’ambizione di procedere a riforme economico-sociali fondamentali. Un po’ come il centro-sinistra degli anni Sessanta, il centro-sinistra degli anni Duemila non ha raggiunto il suo scopo. Finisce l’era di Prodi, di quella “testa dura” bolognese che per due anni ha fatto l’impossibile per tenere insieme una coalizione votata al suicidio politico. Tuttavia, non avendo poteri divini, diversamente dal suo diretto avversario, quello che fu “unto dal Signore”, giovedì non è riuscito a compiere il miracolo.

 

Puntare il dito esclusivamente su Mastella è troppo facile e soprattutto semplicistico. Mastella si è dimesso da Ministro di Giustizia e ha votato la sfiducia senza aver espresso una giustificazione plausibile. Beghe giudiziarie? Dietro c’è molto di più. Dietro c’è la legge elettorale. Mastella si è reso conto che i margini di trattativa sulla riforma della legge elettorale non lasciavano spazio alla possibilità di salvare il suo partito. L’insistenza con la quale il PD da una parte e l’UDC dall’altra chiedevano uno sbarramento a livello nazionale e le dichiarazioni di Veltroni sulla necessità di “correre da soli” alle prossime elezioni, hanno spinto l’ex Guardasigilli a sfilarsi dalla maggioranza. Niente a che fare con il bene degli italiani, si intende. Solo e semplice interesse personale.

Giovedì, durante il dibattito sulla fiducia, gran parte dei senatori intervenuti, hanno puntato il dito contro il Partito Democratico, accusato di aver portato instabilità all’interno della coalizione di centro-sinistra. Effettivamente l’insistenza di una parte del PD sulle soglie di sbarramento ha messo in fibrillazione i piccoli partitini. È mancata la capacità diplomatica da parte del PD, troppo interessato alla ricerca del consenso nel centro-destra, poco attento ai propri alleati. Insistere su certi punti è stato tatticamente errato anche perché si potevano ottenere gli stessi risultati sulla legge elettorale anche venendo parzialmente incontro alle richieste degli alleati.

Un errore di tattica o la volontà di rompere la coalizione ed andare ad elezioni anticipate? Il dubbio rimane nonostante tutto. Per questo Prodi è furioso. Ora nel PD è iniziata una resa dei conti tra prodiani e veltroniani che potrebbe sfociare, secondo le recenti dichiarazioni di Arturo Parisi, addirittura nella nascita di un partito del premier, esterno al PD.
Insomma, una crisi, quella iniziata la scorsa settimana che ha ben poco di politico. Non è stata votata una sfiducia sul welfare, sulla riforma delle pensioni, sull’Iraq. Puro e semplice interesse partitico e personale che ricorda molto la vecchia politichetta delle poltrone della prima repubblica. Ma la scorsa settimana si è aperta anche una crisi profonda delle istituzioni, che hanno perso completamente la propria credibilità. Sono passati quattordici anni dalla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica. Si sono succeduti alternativamente governi di destra e governi di sinistra senza che nessuno di questi riuscisse a completare le riforme delle quali questo paese ha bisogno. L’Italia è entrata in un tunnel la cui uscita sembra sempre più lontana.
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