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venerdì 17 gennaio 2020

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Museo Carlo Bilotti - Una storia privata

Al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese

30.03.2008 - Chiara Comerci



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Foto di Gianni Berengo Gardin

Davvero particolare la storia del neonato Museo Carlo Bilotti: nel Settecento era noto come Casino dei Giuochi d’Acqua per l’abbondante presenza di fontane e ninfei, e in quelle sale riccamente arredate i principi Borghese organizzavano feste ed eventi mondani. A seguito dei gravi danni causati dai cannoni nel 1849, durante la difesa francese del papato contro la Repubblica Romana, l’edificio fu ricostruito liberamente ed adattato a ricovero invernale per agrumi (di qui il nome). Dopo anni di degrado ed uso improprio (gli ambienti furono adibiti ad uffici) un ambizioso progetto ha restituito l’edificio alla città, con una ristrutturazione concepita per ospitare la donazione permanente di opere d’arte – dipinti, sculture, disegni – di Carlo Bilotti. Ma non finisce qui: questo spazio è infatti a disposizione per allestimenti temporanei dedicati prevalentemente all’arte contemporanea come, per l’appunto, “Una storia privata”, visitabile fino al 25 maggio. Il titolo si riferisce alle opere della collezione di Anna Rosa e Giovanni Cotroneo, moderni collezionisti d’arte, committenti essi stessi e veri e propri mecenati. L’argomento prevalente di questo percorso espositivo è la fotografia, che si presenta con molti esponenti di spicco come Michelangelo Pistoletto, che apre la strada con uno dei suoi famosi specchi (“Ritratto di Famiglia”) o come Mimmo Jodice e la sua Napoli. Ma i nomi da citare sono moltissimi: le icone di luce di Silvio Wolf, le sfumate panoramiche di Luigi Ghirri, i volumi colorati di Franco Fontana, la Venezia affascinante di Gianni Berengo Gardin e altri ancora.

foto di flickr.com/photos/11990556@N02/2254805953/

Un allestimento originale a partire dall’argomento, la scelta di un percorso tutto familiare e personale attraverso il generoso prestito dei Cotroneo.
Ma anche la scelta dell’allestimento è degna di nota, perchè non costringe la collezione entro compartimenti stagni ma la fonde armoniosamente con le opere in mostra permanente: così per salire al piano superiore si passa accanto ad un’opera di Andy Warhol, realizzata su commissione per la famiglia Bilotti (un’altra storia privata) e si attraversa la sala dove si trovano i De Chirico. Un curioso incontro che ben smentisce la famosa frase di Braque, secondo cui “la pittura è più vicina alla poesia da quando la fotografia l’ha liberata dalla necessità di raccontare una storia”. O meglio, la storia c’è, ma questa volta è fatta dell’oggetto-quadro stesso, e non dal soggetto da questo rappresentato.
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