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I giorni dell'amore e della guerra: sari e rivluzione

22.04.2008 - Angela Di Matteo



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AUTORE: Tahmina Anam
TITOLO: I giorni dell’amore e della guerra
EDIZIONE: Garzanti
VOTO: 7.5/10
L'Autrice intervistata a "Parla con me".

Tahmina nasce a Dacca, in Bangladesh, nel 1975. Vive un’esistenza da apolide trasferendosi prima a Parigi, poi a New York e a Bangkok. Si laurea ad Harward in Antropologia Sociale. Attualmente vive a Londra e questo è il suo primo romanzo.
Ispirandosi alla figura della nonna, la scrittrice-evento percorre un viaggio all’interno della sfera domestica, sociale e politica delle donne dal 1959 al dicembre del 1971, anno dell’Indipendenza del Bengala.
Rehana, madre di due figli, Sohail e Maya, rimasta vedova troppo precocemente del marito Iqbal, è costretta ad uscire dal proprio giardino di manghi per affrontare una realtà scomoda, ma che bisogna combattere. Troppo riservata e accorta per poter occuparsi di politica, questa madre intraprende, all’inizio inconsapevolmente, un viaggio interiore e poi fisico, che le darà una nuova coscienza sociale. E lo stimolo viene proprio da Maya e Sohail, appartenenti a un movimento di liberazione nazionale, che lei aveva perso dopo la morte del marito e poi faticosamente riconquistati e che mai avrebbe voluto lasciare, nemmeno in nome della Patria. La vita dei suoi figli, carne della sua carne, non vale una guerra, nessuna stupidissima guerra. Eppure, quando la propria vita può servire a salvare un intero Paese, l’egoismo di una madre che egoismo non è, prova a mettersi da parte e si aggrappa all’ultima speranza.
Il romanzo apre una finestra sulla repressione pakistana e sulle lotte di ribellione, ma l’intera storia è vissuta esclusivamente dal punto di vista di Rehana, che con i suoi occhi accompagna il lettore in una dimensione tutta al femminile. La storia è lontana dalla guerriglia e dalle divise che invadono la città. I mitra sparano nel buio della notte, le torture uccidono giovani rivoluzionari ma il tutto viene dai racconti degli altri. Al bungalow di Road 5 arrivano solo i comunicati che la radio trasmette su frequenze clandestine. Rehana vive questa guerra attraverso i figli e la paura, tremenda, di perderli. Proprio questa paura, però, sarà ciò che le darà la forza di mettersi in gioco e l’amore per loro si trasforma nell’amore per il Paese.
Il giardino di manghi è allora troppo piccolo, troppo poco sicuro. Rehana oltrepassa il cancello ed esce fuori, scopre un mondo che non avrebbe mai voluto ma che la ingoia e la trascina nella spirale del dolore. La vita è troppo importante per potersene restare in cucina a preparare biryani per tutto il giorno. E come in ogni viaggio il punto di partenza si ricongiunge con il traguardo d’arrivo, è proprio dalla cucina che parte la storia di Rehana Haque, di Sohail il saggio e di Maya la scontrosa.
La Anam fotografa la luce, ci lascia annusare i profumi e intuire i sapori. Riso, cumino, curry, mango. Non conosciamo il significato dei piatti citati in lingua bengali ma come per magia quasi ne configuriamo il colore, la sostanza. La condizione di esiliata acuisce i sensi dell’autrice, che inevitabilmente riversa nelle sue pagine ciò che più le manca del suo paese d’origine: la lingua, l’atmosfera, il cibo.
Mahasweta Devi, scrittrice e giornalista militante di Dacca, sarebbe sicuramente fiera di lei.

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