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Cina del XXI secolo

22.05.2008 - Luigia Bersani



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foto di Indra Galbo

Palazzo delle Esposizioni
Domenica, martedì, mercoledì e giovedi: dalle 10.00 alle 20.00
Venerdì e sabato: dalle 10.00 alle 22.30
Lunedì: chiuso
costo:10 euro
Fino al 18 Maggio

Nell’immaginario comune del mondo occidentale da sempre quando si parla di Cina si pensa ad un paese e ad una cultura che non possono rinunciare al concetto di collettività, si pensa ad una civiltà in cui l’individuo raramente viene considerato come tale: lo dimostrano le consuetudini radicate nel tempo, per cui si parla di una società che ragiona esclusivamente in nuclei familiari e mai in singoli; lo dimostra la storia che si è divertita a sperimentare su questo paese ogni forma di comunismo, dalla più estrema alla più democratica; lo dimostrano le prime forme d’arte imperiale, che non sapevano prescindere dal rappresentare migliaia e migliaia di statue inespressive e spaventosamente uguali tra loro; lo dimostra l’attuale ordinamento giuridico che disdegna, a testa alta e a dispetto dell’opinione della comunità internazionale, l’accettazione dei più basilari diritti umani.
L’individualismo per i cinesi è, quindi, da secoli un concetto sconosciuto…ma per quanto le circostanze storiche e culturali possano reprimere in un intero popolo il bisogno di un’ identità personale, non dovrebbe essere innato nell’uomo? È possibile davvero che il giusnaturalismo si arresti ai piedi dell’Himalaya?
Probabilmente si sono posti le stesse domande alcuni artisti contemporanei cinesi e gli allestitori della mostra a Palazzo delle Esposizioni che, attraverso una collezione di opere tra loro molto diverse, danno una risposta a questi quesiti mettendo in luce come l’arte può rappresentare una valvola di sfogo per denunciare proprio tali aspetti della loro società, che evidentemente dopo secoli e secoli iniziano a star stretti anche agli stessi cinesi.
Il più imponente esperimento politologico della storia moderna, quello di una “double sex society”, dove convivono pacificamente comunismo e capitalismo, ha portato ad un tale sconvolgimento della personalità della nazione, che paradossalmente ha recuperato o sta iniziando a recuperare, almeno nel sentore degli artisti in questione, quella dell’individuo.
C’è chi come Fang Lijung si è cimentato in opere emblematiche come la rappresentazione gigante di un bimbo di pochi giorni che dorme adagiato sulle nuvole, o chi come Liu Xiaodong ha voluto rappresentare, seppur nella condivisione del contesto, come può essere una tavola imbandita, un’evidente varietà di personalità a confronto.
Si rimane senza parole di fronte alle foto provocatorie di Wang Qingsong che mettono in risalto proprio l’esagerazione del vivere in massa, riproducendo un dormitorio fornito di più di centocinquanta cuccette, simili a quelle che si possono trovare nei treni, e nelle quali convivono quasi il doppio delle persone. C’è chi, invece, come nelle fotografie di Weng Fen preferisce studiare da una “bird’s eye view” i particolari di un mondo trasformato in una grande industria, di un mondo raccontato dal loquace silenzio di chi lo osserva, e c’è chi come Yang Yong non si sforza nemmeno di dare un titolo alle sue foto di stazioni, metro e strade accontentandosi di nominarle tristemente “Anonymous”.
Forse dopo tanto tempo e tanta storia, almeno per qualcuno, si sta insinuando il dubbio che il popolo cinese può essere altro dalle braccia nei campi di Mao, può essere altro dall’unica fonte di cultura e di pensiero rappresentato dal libretto rosso, può essere altro dalle macchine nelle industrie di Deng Xiaoping, può essere altro da quell’ “uccello libero di volare, ma solo in gabbia”.

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