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giovedì 06 agosto 2020

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Festival della Filosofia: Il ’68 tra pensiero e azione – Lectio Magistralis di Eugenio Scalfari

All’Auditorium di Roma Eugenio Scalfari ha raccontato il suo ’68.

01.05.2008 - Valentina Ariete



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68 e Lega Nord hanno qualcosa in comune?
Secondo Eugenio Scalfari sì.
Nell’ambito del Festival della Filosofia, che quest’ anno aveva come tema proprio il ’68, in una gremita sala dell’Auditorium di Roma, Scalfari, rispondendo alle domande di Antonio Gnoli, ha parlato del suo ’68, di come ha vissuto quegli anni tumultuosi e portatori di cambiamenti.
Prima di cominciare Gnoli ha introdotto l’illustre collega, citando alcuni dei suoi scritti come “Razza padrona”, “Incontro con Io”, “Alla ricerca della morale perduta”, e parlando della sua straordinaria carriera di giornalista, che annovera imprese come aver rinnovato “L’Espresso” e l’aver fondato “La Repubblica”. Gnoli ha anticipato inoltre che presto uscirà un nuovo libro di Scalfari, “L’uomo che non credeva in Dio”, edito da Einaudi.
Dopo aver ascoltato la presentazione di Gnoli ed averla commentata dicendo “I giudizi sono così affettuosi che mi imbarazzano”, Scalfari ha ricordato come il suo ’68 sia cominciato, a quarantaquattro anni, con la sua esperienza di deputato del partito socialista. A questo proposito ha svelato un piccolo aneddoto: nei primi giorni di lavoro Giorgio Amedola gli predisse che l’esperienza di deputato si sarebbe rivelata non positiva per uno come lui, abituato a fare un lavoro di cui vede i frutti dopo tre-quattro giorni, e che si sarebbe dovuto abituare a “costruire castelli di sabbia. Asciutta”. Infatti, finita quella legislatura, Scalfari abbandonò la carriera politica per non riprenderla mai più.
Il giornalista, per spiegare il fenomeno ’68 in Italia, ha parlato del suo “antefatto” nel resto del mondo, nell’arco degli anni ’60: in America nei campus universitari, la rivoluzione del costume inglese (la minigonna, i Beatles, i Rolling Stones), la rivoluzione culturale cinese. Il movimento dilagò poi in Italia nel ’69, preceduto da episodi come la rivolta della facoltà di Architettura nel ’67, quando ci fu un tentativo del movimento studentesco di unirsi alla classe operaia.
A dicembre di quell’anno ci fu la strage di Piazza Fontana e i cortei non autorizzati, perché gli studenti non chiedevano il permesso di manifestare alla polizia non riconoscendo l’autorità dello Stato. In quegli anni Scalfari e i suoi colleghi deputati cercarono di fare da tramite tra le organizzazioni studentesche e il governo, facendosi garanti della sicurezza di questi cortei, ma spesso tali tentativi fallirono e le conseguenze furono le “botte da orbi” che il giornalista ricorda bene.
Scalfari ha ammesso che, da uomo di quarant’anni, che a vent’anni aveva conosciuto l’orrore della Seconda Guerra Mondiale, si riconosceva in un “pacifismo ad oltranza di tipo gandhiano con una venatura molto puritana” e non comprendeva affatto il “pacifismo gaudente”, fatto di amore libero e cannabis, dei ventenni del ’68.
Poi ci furono la Primavera di Praga, intellettuali come Sartre e Godard che facevano propaganda, e il ’68 divenne il punto in cui la generazione presente non volle più saperne della storia della generazione precedente.
Secondo Scalfari, dopo il ’68, “il tempo di riferimento esclusivo divenne il presente”: i giovani si chiusero in un’ignoranza volontaria, non volendo più il peso dei loro vecchi sulle spalle, divenendo la generazione di “quelli che vogliono tutto e subito”.
La conseguenza è stata la mancanza di un’idea di progresso, perché è venuta a mancare la progettazione del futuro, che ha portato ad un individualismo estremo, alla diminuzione della natalità, a un arresto dell’economia perché “è cambiata la percezione del tempo e della felicità”.
Scalfari ha paragonato il movimento ad un fiume che straripa: “un fiume che rompe gli argini ha tre possibilità 1) straripa, fertilizza la terra e torna indietro, 2) straripa e scava un nuovo letto oppure 3) straripa e diventa una palude. Con le zanzare”.
In Italia siamo finiti nella palude perché l’ideale di rinnovamento della società è sfociato nella lotta armata e in una sostanziale inerzia nel processo di riforma.
Scalfari ha raccontato quindi di come nel ‘76, per differenziarsi da questo contesto, lui e gli altri fondatori di “La Repubblica” cercarono di creare “un giornale liberale di sinistra borghese”: puntarono sui giovani, sulle donne, non cedettero ai ricatti delle Brigate Rosse, fecero una scommessa sulla borghesia italiana. Ma la persero, perché una vera e propria borghesia italiana non esisteva. Il giornale però ebbe comunque successo per il suo fondamentale contributo alla modernizzazione dei media in Italia.
Questo sentimento si è conservato intatto per quarant’anni: ancora oggi non c’è una vera e propria borghesia, intesa come ceto che guarda il bene comune attraverso la lente dei propri interessi, perché in Italia le industrie si sono sempre accordate con il potere, senza distinguere tra un potere o un altro, sicure della loro forza e influenza.
Secondo Scalfari la Lega, senza rendersene conto, sta facendo proprio questo: interpreta i bisogni della forza produttiva molecolare (aziende con non più di dieci dipendenti) del Nord, portando avanti le sue richieste, tra cui lo sbarramento delle frontiere agli immigrati e la secessione economica. E’ la degenerazione del “tutto e subito” dei ragazzi del ‘68. Peccato però che una forza politica tale sia la voce di una borghesia ignorante, che non costituisce certamente la base per costruire una società evoluta.
L’incontro si è concluso con queste considerazioni di estrema attualità, inducendo il pubblico alla riflessione e facendo sorgere spontanea una domanda: quando Scalfari e tutti i grandi della sua generazione non ci saranno più, chi ci salverà da tutti questi figli del “voglio tutto e subito” e quindi da noi stessi?

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