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mercoledì 05 agosto 2020

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Roma ingrata

Il centro-destra conquista la Capitale. Un risultato straordinario che solo alcuni mesi fa era inimmaginabile

12.05.2008 - Paolo Ribichini



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foto di flickr.com/photos/s1m/2450090750/

I romani sono stati un po’ ingrati. Il responso elettorale non rende onore ad una classe dirigente che, comunque la si pensi, ha ridato vita ad una città spenta, accendendola di luci, di eventi culturali, di musica. Una città, Roma, che ha riscoperto il piacere di girare la sera, di passeggiare per le vie del centro. Il servizio della metropolitana ha subito miglioramenti più che sensibili ed oggi si ritrova con cantieri aperti per la costruzione di altre due linee del metrò. Roma è una città che sorride. È una città che cresce e che traina l’economia italiana. Una città aperta dove gli immigrati sono più spesso una risorsa che un problema.
Il numero di immigrati è superiore a quello di tante città del nord, eppure l’immigrazione crea una conflittualità molto più contenuta rispetto a città come Verona, Padova, Brescia, Milano, dove spesso gli immigrati vivono ghettizzati ed emarginati.
Non un paradiso, certamente. Il decoro urbano è ancora piuttosto carente, specialmente nelle periferie ed ancora non si è riusciti a risolvere la piaga del traffico.
Tuttavia, ha vinto la paura. Ha vinto la paura inculcata dalle televisioni. Immigrati e criminalità. Ecco le parole d’ordine. Roma come il posto più degradato della Penisola. Gli elettori hanno prestato più attenzione ai Tg che alla realtà che li circonda. Milano ha problemi di sicurezza e di decoro urbano ben peggiori. E lì il sindaco è di centro-destra. A Verona è meglio non uscire la sera. Lì governa la Lega. Vediamo il confronto con Milano. Nel capoluogo lombardo vi sono stati, nel 2007, 444 stupri contro i 320 di Roma. Divario che è più evidente se si considera che vivono a Milano 1.300.000 persone contro i 2.700.000 di Roma. Stesso discorso per le rapine (5.707 a 5.020), i furti (193.217 a 191.696), i furti in abitazione (14.852 a 11.173). Questo le TV non lo hanno detto.
Hanno però parlato della violenza sessuale sulla studentessa del Lesotho. Una vicenda, improvvisamente scomparsa dai giornali e soprattutto dai telegiornali, che oggi fa sorgere qualche sospetto. Gli "angeli" che avrebbero avvertito la pattuglia di carabinieri non sarebbero altro che militanti di AN. Cosa strana è stato il loro comportamento: avrebbero assistito alla violenza ma non sono intervenuti. Non hanno chiamato il 113 o il 112 ma sono andati via incontrando, in maniera apparentemente casuale, una pattuglia di carabinieri. Cosa ci facevano i due giovani in una zona appartata di Roma? Perché non sono intervenuti suonando il clacson dell'auto e/o chiamando i numeri di emergenza? Le indagini sono in corso, mentre gli atti sono stati misteriosamente segretati.
Tuttavia non ci si può completamente nascondere dietro il problema sicurezza. A Roma non ha perso il centro-sinistra. Ha perso Rutelli. Il vero errore è stato compiuto dal Partito Democratico che, per evidenti equilibrismi interni, ha dovuto imporre come candidato l’ex presidente de La Margherita, già sindaco di Roma. Rutelli, tuttavia, non gode oggi della stessa stima dei romani. Il rapporto si è incrinato proprio con la nascita de La Margherita che ha spinto Rutelli su posizioni centriste. Ciò ha provocato non pochi contrasti con la sinistra radicale e con i socialisti, che combattono a Roma una battaglia per l’affermazione della laicità. La sua candidatura puzzava di vecchio. Di conseguenza, 60mila romani che alla provincia hanno votato Zingaretti, al comune hanno preferito Alemanno. Se si pensa, poi, che Zingaretti ha ottenuto nel comune di Roma quasi il 51% dei voti, è chiaro che la sconfitta di Rutelli è del tutto personale. Con il senno di poi il candidato ideale sarebbe stato Zingaretti, volto nuovo del centro-sinistra e presidente regionale del Partito Democratico. Ma dove piazzare il dimissionario ministro dei Beni Culturali?
Oggi nel Pd deve iniziare una riflessione seria. Quello che è avvenuto a Roma non dovrà più accadere in futuro. I candidati si devono scegliere in base alle proprie reali possibilità di vittoria e non per “compensare” disequilibri interni. D’altronde sempre più spesso si rende evidente un fatto: si vota sempre di meno per appartenenza politico-partitica e sempre e si vota sempre più la persona. Infatti, solo due anni fa la coalizione guidata da Veltroni nel 2006 conquistò il 61,5% dei voti mentre oggi la stessa coalizione raccoglie un magro 46,3%. Dove è finito quel 15,2% di voti?
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