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domenica 27 settembre 2020

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L’arma delle intercettazioni rivolta contro il diritto di informazione

Approvato in Consiglio dei Ministri il disegno di legge in materia di intercettazioni. Le soluzioni proposte sembrano raggiungere obiettivi diversi da quelli ufficialmente dichiarati.

08.07.2008 - Daniele Maurizi



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Il tema delle intercettazioni è agli onori della ribalta mediatica da ormai qualche settimana. Già dall’inizio l’urgenza che si è avvertita da parte del premier Berlusconi di regolamentare una questione all’apparenza marginale, se confrontata con altre ben più gravi che affliggono il nostro Paese, ha lasciato presagire che l’argomento sarebbe stato una vera e propria bomba ad orologeria. Al di là delle motivazioni che di fatto avrebbero giustificato una necessità urgente di regolamentazione della materia (pur esse gravi e importanti comunque) voglio proporre una sintesi del disegno di legge che è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il 13 giugno di quest’anno. Innanzitutto, già dall’art. 2, che propone modifiche agli artt. 114 e 115 del codice di procedura penale, si intuisce che in realtà il cosiddetto disegno di legge Berlusconi-Alfano-Ghedini non si propone di fornire una “semplice” regolamentazione in materia di intercettazioni, ma vuole impedire di fatto tutta una parte della cronaca, quella giudiziaria, per un lungo periodo di tempo, che va dall’inizio delle indagini preliminari fino al termine dell’udienza preliminare, ovvero fino all’inizio del processo.

Andiamo con ordine. Per quanto riguarda le intercettazioni, sono stati ridotti in misura assai significativa i requisiti di ammissibilità delle stesse. Sarà possibile emettere decreti di intercettazione nei procedimenti relativi ai seguenti reati: delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni e reati di ingiuria, minaccia, usura, molestia o disturbo delle persone con il telefono. Non saranno più effettuabili nella pratica intercettazioni per scoprire reati per esempio di: truffa, sequestri di persona semplice (punito con pena inferiore a dieci anni, a differenza di quelli a scopo di estorsione), contrabbando, rapina, furto in appartamento, scippi, incendi, calunnie, ricerca di latitanti, reati ambientali (che adesso invece ci farebbero proprio comodo) e, dulcis in fundo, i reati economico-finanziari (quelli tanto cari al nostro premier e a cui ha prestato la propria attenzione depenalizzando il reato di falso in bilancio nella sua scorsa legislatura, per esempio). Le limitazioni: il pubblico ministero deve richiedere al tribunale l’autorizzazione a procedere e tale autorizzazione è data con decreto motivato, contestuale e non successivamente modificabile o sostituibile; inoltre, e questo è il pezzo forte, il decreto suddetto indica le modalità e la durata per un massimo di quindici giorni prorogabile in tale misura di volta in volta fino ad un massimo di tre mesi.

Salta subito all’occhio che di fatto si viene a inserire una immensa macchina burocratica che non lascia spazio per l’autonomia di indagine e che comunque spesso i tre mesi di tempo non sono sufficienti per condurre a buon fine l’indagine stessa con il mezzo delle intercettazioni, vanificando dunque la sua utilità. Senza contare che se ci vorrà un collegio di giudici per decidere l’intercettazione (non meno di tre), ci vorrà un GIP per le indagini preliminari e un altro giudice per il processo, il tribunale di un paese di piccole o medie dimensioni (come sono la maggior parte dei comuni in Italia), con un numero limitato di magistrati, procederà in maniera lentissima. A conferma di quanto detto sopra. Questi sono i provvedimenti principali, dal punto di vista tecnico, che dovrebbero assicurare, secondo il Governo una delle due ratio che stanno sotto questo disegno e cioè il controllo dei costi che derivano dagli attuali 75-76000 decreti di intercettazione attualmente presenti in Italia. Non preoccupandosi minimamente se poi queste intercettazioni di fatto forniscono alla magistratura un valido mezzo per scoprire i colpevoli di reati gravi come quelli che ho indicato precedentemente. Per tagliare i costi è sempre necessario tagliare mezzi fondamentali, secondo loro. Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di obbligare i gestori telefonici, concessionari dello Stato, a noleggiare gratis (non a pagamento, come avviene ora) alle Procure che ne facciano richiesta le linee RES usate per le intercettazioni, nonchè fornire le Procure di alcuni apparecchi di proprietà per l’intercettazione,  prescindendo anche per essi dal noleggio.

Veniamo ora all’altra ratio del disegno, quello della tutela della riservatezza della persona. Quale sarebbe la ricetta per “assicurare” questo diritto? Ovviamente la soppressione di altri diritti, ugualmente se non più importanti, come quello della scomparsa che avverrebbe di fatto della cronaca giudiziaria. Ci sarà una intollerabile limitazione della libertà di stampa (per la quale su quest’argomento forse ci vorrebbe una seria regolamentazione, non una limitazione) e inoltre verrà violato il diritto dei cittadini di essere informati in tempo reale. Sarà vietata la pubblicazione, per intero, parziale o per riassunto di atti di indagine preliminare, anche se già acquisiti al fascicolo del pubblico ministero o del difensore dell’imputato (e dunque in una fase in cui non sussiste più il segreto) fino all’inizio del processo. Cioè, si sta introducendo una norma che non consente più di pubblicare informazioni già pubbliche proprio perché per legge divengono “non pubblicabili”. Le pene, per i giornalisti che trasgrediscono questa regola, sono pesantissime e possono condurre, oltre che al pagamento di una somma monetaria per ogni articolo che viola la norma, anche alla reclusione da uno a tre anni. E ci saranno conseguenze anche per gli editori, i quali rischiano una pena pecuniaria di circa 400.000 euro per ogni articolo che non è “a norma di legge” e rischia di essere trascinato in tribunale anche come società, con conseguenze terribili per le quotazioni di borsa della testata.

Le conseguenze? Prevedibili. I giornalisti che si assoggetteranno al “regime” continueranno a scrivere, ma saranno sempre controllati per non correre il rischio di andare fuori le righe, coloro che non si assoggetteranno non lavoreranno più e forse verranno licenziati (o condotti a farlo “autonomamente”). Per noi cittadini? Noi non sapremo più niente. I fatti non verranno più raccontati, se non dopo moltissimi anni, visti i tempi biblici della giustizia (che saranno ancor più biblici dopo questo provvedimento, se verrà approvato in Parlamento). Moltissimi processi non ci saranno neanche, perché mancando lo strumento dell’intercettazione per le indagini è chiaro che non si faranno neanche i processi. Considerate che di tutti gli scandali delle scalate, bancarie e non (Antonveneta, Banca Nazionale del Lavoro, RCS) non avremmo saputo più nulla, l’ex Governatore di Bankitalia Fazio probabilmente, anzi sicuramente, sarebbe ancora al suo posto. Non sapremmo nulla delle spiate di Storace durante le elezioni regionali nel Lazio del 2005. Non sapremmo nulla della recente truffa sui rifiuti che ha portato a 25 arresti a Napoli, dell’impiego dei fondi pubblici nazionali ed europei in Calabria grazie a De Magistris. Non Sapremmo nulla della clinica degli orrori di Santa Rita. Non sapremmo queste e molte altre cose per il semplice motivo che senza le intercettazioni queste non verrebbero neanche scoperte.

Alla luce di questo mi chiedo come sia possibile approvare una legge dalle simili conseguenze. Come è possibile adoperarsi così pubblicamente per l’aumento della “sicurezza” se poi la stessa è infangata con un provvedimento di tale portata? Non si deve ridurre in questo modo il numero dei processi, anzi, forse non bisognerebbe ridurli affatto. Ogni reato necessita il suo giusto processo. La strada per la velocizzazione della macchina giudiziaria deve essere assolutamente un’altra. Il rischio è di tornare rapidamente all’impunità (se già non lo si è) ed uscire dall’elenco dei Paesi che possono essere considerati civili.

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