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martedì 18 febbraio 2020

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L’Occidente nella televisione mediorientale

28.07.2008 - Michela Monferrini



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Nel gennaio scorso, al Teatro Palladium, si è tenuto un weekend di appuntamenti sull’argomento “L’Occidente visto dai media arabi”: viaggio a trecentosessanta gradi nell’universo, da noi perlopiù sconosciuto, della televisione araba, attraverso proiezione di diversi programmi (tra cui molti format da noi collaudati, come “Star Academy” - il nostro “Amici” - “Survivor” e “La Fattoria”).
Alla tavola rotonda, hanno partecipato sceneggiatori, registi, conduttori, autori, nonché la giornalista ed europarlamentare Lilli Gruber.
Si è trattato di più voci provenienti da paesi tra loro anche molto differenti, ma uniti dall’esistenza di un forte intreccio, inscindibile, tra cultura, politica e religione, tanto che difficile è stato riuscire a mantenere il discorso su temi puramente televisivi, senza parlare, ad esempio, della guerra e delle relative responsabilità del mondo occidentale (responsabilità che vengono attribuite al governo americano - unico argomento sul quale si sono trovati tutti d’accordo - ).
Nel riportare il discorso sui propri binari, è stata presentata una televisione che ha ammesso di essere condizionata dalla presenza di argomenti tabù, ma che ugualmente non smette di cercare espedienti per superare tali barriere, nella convinzione che lo sviluppo di alcuni paesi mediorientali possa giungere anche dai media, e comunque, quotidianamente e proprio perché è là che se ne sente un maggior bisogno, è in quei paesi che vanno in onda programmi veramente coraggiosi, e questo avviene a testimonianza del fatto che se dall’Occidente si può prendere tanto, è anche vero che molto si può dare. Al Jazeera ha corrispondenti in tutto il mondo che parlano la lingua del posto e ne conoscono la storia, la cultura. Non altrettanto si può dire per ogni singolo paese occidentale, dove tra l’altro si assiste ad un’impennata di generi televisivi di puro intrattenimento (non ne è esente l’Italia).
Solo guardando all’universo della soap opera, il mondo arabo insegna che non è detto che generi nati a scopo di svago e di alleggerimento della programmazione, non possano arrivare a trattare temi più seri, e a costituire un momento di riflessione. Il cittadino arabo, amante del genere drammatico, chiede che anche da tali canali gli venga insegnato qualcosa e questo è quel che oggi avviene, anche grazie alla proliferazione di canali televisivi privati, lo stesso fenomeno delle potenzialità satellitari cui noi assistiamo. La differenza è tutta nel fatto che se nel mondo occidentale questo comporta una programmazione più differenziata, frammentata e specializzata, che quindi accontenta lo spettatore attirando la sua attenzione esclusivamente su ciò che il suo gusto personale sceglie, in area mediorientale significa invece la possibilità di una maggiore libertà artistica, laddove l’arte vuole essere un canale d’educazione del pubblico.
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