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domenica 29 marzo 2020

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Io, finalista al Campiello Giovani…parte seconda

11.10.2008 - Michela Monferrini



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…sul treno per Venezia, il venerdì pomeriggio, conosco l’altra finalista laziale, Francesca Santucci. Francesca ha sedici anni, vive a Terracina, e approfitta d’una mia passeggiata verso la carrozza bar per mettere davanti al mio posto l’antologia con i nostri racconti, antologia che non ho ancora visto. Così I ragazzi del Campiello 13, edito da Marsilio, mi serve per conoscere - un po’ in ritardo per la verità - i racconti degli altri.
Nicolò Bazza ha scritto una storia – Tra le nebbie di Venezia - pirandelliana, sospesa tra il surreale e il fantastico, e l’ha ambientata proprio nella città in cui, Francesca e io, siamo dirette (tra poche ore, davanti a una pizza, Nicolò ci racconterà che studia a Venezia, e consiglierà suggestivi itinerari per la serata). I Muri sottili di Mattia Nicchio sono quelli del condominio in cui vive il pensionato Aldo, che ha da poco perso la figlia in un incidente d’auto. “Ascoltare” la vita degli altri lo aiuterà a ricominciare. Alessandro Rosanò, in Sant’Ilario, al di sotto del 40° ha dipinto un piccolo paese della Calabria di oggi, tradizionale, ma viva, vera. Infine Torno subito, il racconto di Francesca, narra la storia di Luce, una bambina abbandonata in orfanotrofio da sua madre.
Quando finisco di leggere i racconti è terminato anche il viaggio: ho oltrepassato la Pianura padana senza troppa tristezza, il che è un gran successo.
Segue l’arrivo a Venezia (il mio terzo arrivo a Venezia, ma stavolta c’è la Mostra del Cinema e più gente, più code, più euforia che mai), la sistemazione in albergo, l’incontro con Mattia, Alessandro e Nicolò, la cena in pizzeria, e infine Venezia di notte, dalle “zattere” sulla Giudecca.
Sabato mattina la conferenza stampa ha inizio proprio con noi, con Lorenzo Mondo che proclama vincitore Mattia, quindi le lacrime di sua nonna e della sua fidanzata. Il resto del tempo è tutto - giustamente – per i finalisti del SuperCampiello (Bouchard, Cibrario, Di Stefano, Gamberale e Tani), oltre che per Paolo Giordano, vincitore, ça va sans dire, del Campiello Opera Prima. La situazione si scalda quando un giornalista pone ai cinque una domanda sulle elezioni americane, sulla lotta Obama – McCain. Di Stefano salta su, seccatissimo, chiedendo domande sui libri, solosuilibri, le altre si rifiutano di rispondere. Solo la Gamberale s’arrischia a parlare d’una crisi dei ruoli istituzionali “evidente, se poi la gente chiede di politica a noi scrittori”. È sincera, Chiara Gamberale, sincera, spigliata e certamente più umile di chi parla del proprio libro come d’un ritorno al romanzo storico “dopo I promessi sposi del Manzoni”, osservazione in cui vengono dimenticati, quantomeno, Anna Banti, Dacia Maraini e il “trascurabile” Umberto Eco de Il nome della rosa.  
Il resto del sabato passa veloce come nelle giornate migliori: il pranzo, lo shopping, il cocktail, la cerimonia alla Fenice (noi vestiti come in una favola, e all’uscita dell’albergo un gruppo di americani che additandoci esclama “set movie!”).
In teatro presentano Bruno Vespa e la Gerini, cantano Lola Ponce e Giò Di Tonno (qualche decibel sotto al loro solito, per non far cadere i palchetti), Sgarbi s’intrattiene per tutta la serata con un videogioco sulle gambe, mentre lo spoglio dei voti è fin da subito un testa a testa tra Cinzia Tani e l’esordiente Benedetta Cibrario. Vince quest’ultima, forse la persona che meno credeva alla vittoria, certamente la più silenziosa in mattinata, alla conferenza stampa. Vince, piange e ringrazia suo marito, che definisce “un portatore di agio, il che mi ha permesso di dedicarmi esclusivamente alla mia famiglia e alla scrittura”. Il “portatore di agio” in questione risponde sbracciandosi dalla platea e inviando baci con la mano, mentre Inge Feltrinelli urla impazzita di gioia quasi buttandosi su Paolo Giordano che osserva, divertito, il tutto.
Noi cinque aspettiamo sereni la mezzanotte e che le gondole tornino zucche.

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