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domenica 20 settembre 2020

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Il Rosso e il Nero

Proteste, mobilitazioni, cortei: ma perché spesso i giovani sono attratti da ideologie passate e che la storia ha dichiarato fallite? Perché è così difficile voltare pagina, proporre nuove idee e meritarsi un’Italia migliore?

09.11.2008 - Irene Roberti Vittory



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30 ottobre 2008: a Roma, e in tutta Italia, grandi manifestazioni contro la riforma Gelmini, contro il precariato, contro i tagli all'istruzione. Il corteo, nella Capitale, si raduna alle 9,30 a piazza Esedra. La quantità di persone è impressionante: distinguere la testa e la coda del lungo serpentone è impossibile. Spiccano su tutti tanti, tantissimi cartelloni: "Vergogna!", "Pericolo, studente inca...", "Gelmini 4 in pagella", "Né rossi, né neri ma liberi pensieri". Colpisce, però, l'abbondanza di striscioni inneggianti a Marx come "maestro unico", di bandiere rosse, di canzoni della Resistenza urlate a squarciagola. Fortunatamente non c'era la controparte "nera". La triste parentesi fascista era già stata aperta il giorno prima a piazza Navona.

Eppure... in un Paese che vuole e deve guardare al futuro, come non rimanere stupiti da questo feroce attaccamento al passato? Se l'esigenza è quella di cultura e di sano rinnovamento, perché c'è chi si ostina a paragonare i recenti avvenimenti al "glorioso '68"? Molte volte chi non si schiera tra le frange estremiste è considerato un menefreghista. Molto spesso, a chi tenta di proporre soluzioni per lo meno di buon senso, moderate e all'insegna del dialogo, viene risposto un bel "no grazie", una di quelle risposte che si usano dare ai venditori porta a porta per sottintendere, elegantemente, un "non rompere, seccatore".

Il dialogo, ce lo insegna la politica, è un'arma che non convince più. Ma la cosa più triste, in realtà, è il constatare un rifugiarsi in ideologie fallite per nascondere una mancanza di idee. E allora qual è la soluzione? Per qualcuno sembra essere la violenza pura, quella fisica, quella che passa per lanci di sedie, tavolini, bastoni, bottiglie rotte; quella che usa manganelli, tirapugni, catene e coltelli per zittire qualcuno che non si è mai ascoltato. Probabilmente solo per sfogare un'incontenibile rabbia esistenziale repressa. Per altri, invece, la soluzione sta nel rivangare un passato ormai morto, e fallimentare, che si vanta di grandi meriti ma, ottuso, non vede gli errori che ha tracciato nella storia.

Passi vedere persone di una certa età che certe cose le hanno vissute e che, sbagliando o no, sono rimaste attaccate a certi ideali, a esperienze che hanno accarezzato sul serio. Ma i giovani? Che ne è della cultura giovanile se poi ci si attacca a qualcosa che non si ha vissuto e che forse neanche si conosce a fondo? La storia dovrebbe dunque essere insegnata, e appresa, con molta attenzione. Raccontare i fatti, le ideologie, le dottrine politiche che si sono succedute nelle varie epoche è una responsabilità che dovrebbe basarsi su una certa imparzialità, ponendosi come obiettivo la formazione di coscienze critiche, e non semplicemente coscienze indottrinate a piacimento che perseverino in un inconsapevole, quanto inutile, ritorno agli estremi.

La storia ha dichiarato perdenti sia il rosso che il nero, e questa è una certezza di fronte a cui non è possibile chiudere gli occhi. La storia ha sempre dato risalto al popolo in ribellione, questo sì, ma a un popolo consapevole di ciò che voleva e di ciò contro cui andava. Lo slogan principe di queste giornate di rivolta studentesca è stato: "Se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città". Tutti, allora, siamo decisi a combattere per godere di un futuro più roseo possibile, non perfetto, ma magari che consenta a noi di avere un lavoro, ai nostri figli di avere un'educazione adeguata, al nostro Stato di avere una cultura e una classe politica che faccia l'interesse di tutti. E la cosa più brutta è che queste richieste, più che legittime, oggi vengono considerate utopie. La disillusione regna, ma allo stesso tempo, mentre qualcuno specula sulle nostre speranze, quaggiù c'è chi si azzanna (e sono in troppi) per prendersi dei meriti, per bollare delle "idee", per appropriarsi di valori, veri o presunti.

Da dove parte il cambiamento? A quanto pare non dal popolo, non più ormai. Ma c'è un modo per guadagnarsela una bella Italia, per meritarsi una cultura seria? Un popolo che fa la fila anche di notte per comprarsi l'ultimo modello di telefonino, che fa la fila a Cinecittà per andare a vedere gli Amici di Maria De Filippi, che si nutre di veline, di gossip e calendari... non è normale che faccia partire, senza tanto risentimento, ricercatori che poi, guarda caso, andranno a guadagnarsi un bel Nobel? E' ora di risvegliare le coscienze, ora di scrollarsi di dosso un macigno polveroso. E' ora di crescere.

 

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