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lunedì 06 aprile 2020

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De Chirico e il museo

Fino al 25 gennaio 2009

16.12.2008 - Irene Roberti Vittory



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Image Hosting by Picoodle.com Il rapporto tra De Chirico e la Galleria d'Arte Moderna non fu facile. Ci si aspetta di trovare facili elogi dell'artista al museo, e invece si assiste a un paradosso. La mostra si apre così, con un tuffo controverso e ironico tra quadri posseduti dalla G.N.A.M., accompagnati da osservazioni e stroncature di un De Chirico "crudele". L'inutilità e la bruttezza che, secondo lui, caratterizzano gran parte delle tele esposte, desta un po' di perplessità iniziale. Insomma, la Galleria si mette a promuovere un artista che non fa che sparare a zero contro l'organizzazione museale? Operazione da masochisti. Ma proseguendo si capisce il perché di questa scelta. La mostra è ampia, e tale fu la produzione di De Chirico. Da quei personaggi tanto odiati, ai modelli preferiti. Capolavori rielaborati, diversi dagli originali, suoi. A questo punto capiamo che l'irriverente artista non era un invidioso saccente, ma un acuto e spietato critico: capace di distinguere l'arte dalla non-arte ma, soprattutto, capace di essere artista. E cosa vuol dire essere artista? Saper reinterpretare i modelli, piegare il pennello all'anima. De Chirico, se accettiamo questa definizione, è un Artista. Si parla di lui come artista di una dimensione inquietante, di un mondo intrappolato, legato da catene invisibili. Subito vengono alla mente questi versi di Montale: "...talora ci si aspetta/ di scoprire uno sbaglio di Natura,/ il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,/ il filo da disbrogliare che finalmente ci metta/ nel mezzo di una verità."  Montale parla di un mondo investito da una rete metallica. I riflessi di questa rete sembra di trovarli, in De Chirico, nei suoi cieli ora neri, ora verdastri, ora torbidi. Reali, mai. Perché quella rete non c'è per davvero, non è lì fisicamente, è in una dimensione metafisica. Il mondo "di quaggiù" non è popolato da persone, animali, piante... no, ci sono solo manichini, reperti archeologici e pirandelliani palcoscenici. Oggetti disposti casualmente, provenienti da un inconscio remoto. In tutto questo De Chirico è convinto di una cosa: nessuno può prescindere dal passato. Analogamente l'artista non può prescindere dall'arte classica - vera madre dell'Arte -  perfezione estetica ma anche pretesto sublime per sottili allegorie. Le "Muse inquietanti" ipnotizzano. Compare Ferrara, delle moderne ciminiere, un palco, una colonnina, dei manichini senza testa, una statua romana, una maschera. Tra i pensieri si fa largo il teatro di Goldoni, i suoi ingredienti, il "teatro" e il "mondo". Solo che lì si parla di realismo e qui di reale c'è solo la perplessità che suscita la confusione tra antico e moderno. Il cielo dai toni minacciosi è sempre lì. La soluzione ce la offre l'artista stesso: "L'opera d'arte metafisica è quanto all'aspetto serena; dà però l'impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare sul quadrato della tela: tale è il sintomo della profondità abitata. Così la superficie piatta di un oceano ci inquieta non tanto per l'idea della distanza chilometrica che sta tra noi e il suo fondo, quanto per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo". 

 

De Chirico e il museo

Galleria Nazionale d'Arte Moderna   

Viale delle Belle Arti, 13 - Roma

Dal 20 novembre 2008 al 25 gennaio 2009

Orario: dal martedì alla domenica dalle 8,30 alle 19,30; lunedì chiuso

biglietti: 9 euro (intero); 7 euro (ridotto)

 

 

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